La avventure di Tintin, Il mistero dell’Unicorno di Steven Spielberg ( dvd e b-ray )

marzo 23, 2012 at 4:42 pm Lascia un commento

Tintin è un giovane reporter col vizio dell’avventura che non disdegna nel tempo libero cose meno straordinarie, come passeggiare per i mercatini, fermarsi per un ritratto o per acquistare il modellino di una nave che nasconde un immancabile segreto. Un segreto che l’infido Sakharine vuole sottrargli a tutti i costi e con tutti i mezzi. Ma a difenderlo e ad affiancarlo ci pensano i maldestri Thomson e Thompson e l’impavido Snowy, un candido fox terrier amabile con gli amici e implacabile coi nemici. Derubato del prezioso veliero Tintin si mette sulle tracce del ladro finendo prigioniero sul cargo dell’ebbro Capitan Haddock e libero nella più grande delle avventure. Attraverso mari burrascosi e deserti torridi, a bordo di una scialuppa o di un idrovolante, cavalcando onde o polene a foggia di unicorno, il ‘sobrio’ Tintin e l’alcolico Capitan Haddock troveranno il più grande dei tesori: l’amicizia.
Diciamolo subito, Steven Spielberg ha ritrovato l’Isola che non c’è e con quella il piano della favola. Tintin era senza dubbio la stella verso cui fare rotta, magari con un cagnetto e un capitano della marina mercantile sbronzo. Archeologo infaticabile delle immagini, dei corpi e dei volti, il regista americano scava indietro nel tempo e nelle pagine di Georges Prosper Rèmi, in arte Hergè, portando sullo schermo il suo ragazzo coi capelli rossi e la testa ovale, i pantaloni alla zuava e un maglione celeste. E a nuova vita nasce letteralmente Tintin, che nella regia di Spielberg e nella produzione di Peter Jackson emana un inconfondibile odore di dinamite, quella che il protagonista ‘catturato’ di Jamie Bell fa esplodere riguadagnando la libertà e il diritto all’avventura. Perché la vocazione al movimento e all’azione in Tintin è creata e ricercata con ostinazione diversamente da Indiana Jones costantemente agito e costretto, ‘obbligato’ a essere fuori dal comune e dalla ‘grazia’ dell’università. Con il celebre archeologo Tintin condivide piuttosto la doppia natura di eroe e di everyman, il piacere supremo dell’avventura e della sfida, il mondo terrestre o quello marino come luogo di implicazioni e complicazioni. Più in generale poi L’avventura di Tintin: il segreto dell’Unicorno rivela la rilevanza della citazione nel e del cinema spielberghiano. Rimandi infiniti che soggiogano il suo pubblico e ne facilitano l’ingresso nell’universo fantastico. Se la relazione più scontata è quella con Indiana Jones, meno prevedibile è quella con Hook: come Uncino, il villain Sakharine si ostina a ritrovare il suo nemico (Capitan Haddock) per rivivere e ripetere lo stesso gioco e la stessa lotta, sprofondata nei secoli e negli abissi. Meno evidente ancora è la corrispondenza con L’impero del sole: alla maniera del piccolo Jim il Capitano Haddock vive la sua vita come una lunga allucinazione, la sua percezione degli eventi è costantemente alterata, distorta, surreale. Quasi sussurrato in aggiunta è il rimando a A.I. Intelligenza Artificiale: come David (il bambino artificiale) Haddock versa in una crisi di identità e necessita di un’alterità amorevole che lo fondi. E potremmo continuare all’infinito senza tacere di quel ciuffo rosso emerso dal mare come la pinna del celebre squalo, come carezza e cifra stilistica dell’autore. Ma se il suo cinema è fatto di ritrovamenti e forse anche di ripiegamenti su di sé, L’avventura di Tintin: il segreto dell’Unicorno non si risolve in questo. Spielberg non rifà se stesso e nella sua arte (cinematografica) c’è del progresso, progresso che sposta in avanti asta e livello, ribadendo che “il cinema è un’arte che deve ancora essere inventata”. Riconoscendo rispettosamente e traducendo fedelmente la misura del personaggio di Hergè, Spielberg colma la scollatura tra un’idea e la sua realizzabilità tecnica, salendo sul Polar Express di Zemeckis, facendo tesoro delle sue prove tecniche e perfezionando magnificamente quell’esperimento imperfetto. Spielberg converte digitalmente Jamie Bell, Andy Serkis e Daniel Craig, catturandone (soltanto) la performance e la consistenza emotiva e lasciando riconoscibile il (di)segno originale e la psicologia dei protagonisti del fumettista belga. Personaggi mutuati e sintetici che conquistano il cuore per gli effetti e gli affetti speciali messi in scena, garantendo ai celebri albi un (nuovo) futuro, un nuovo pubblico e due nuovi episodi diretti questa volta da Peter Jackson. Caricate le avventure di Tintin di nuove valenze estetiche che possiedono un indubbio valore ‘tecnico’, il regista ritrova l’emozione e la capacità fabulatoria di un cinema visionario. E non chiamatelo più cinema d’animazione.

Marzia Gandolfi (www.mymovies.it)

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