Shearwater – Animal joy ( cd – lp )

marzo 10, 2012 at 11:38 am Lascia un commento

“L’uomo, con tutte le sue nobili qualità, porta ancora nella sua struttura lo stampo indelebile della sua umile origine”, ammoniva Charles Darwin. Un marchio primordiale che reclama il suo primato attraverso la catena evolutiva. Gli Shearwater ripartono dall’essenza animale che scorre nel nostro sangue, per inaugurare il nuovo capitolo della loro avventura. Dopo avere esplorato i fragili equilibri della natura nella loro “Island Arc Trilogy”, Jonathan Meiburg e soci rivolgono lo sguardo a quella strana e terribile creatura chiamata uomo. E per farlo decidono di addentrarsi nei suoi istinti più ancestrali, alla ricerca della pura e semplice gioia animale.
Le ambizioni barocche di “The golden archipelago” lasciano così il posto a un suono più muscolare e diretto, ideale per sugellare il passaggio a un’etichetta dalla vocazione rock e dall’ampia visibilità come la Sub Pop. La parabola, paradossalmente, non appare troppo distante da quella dei vecchi sodali Okkervil River e del loro ultimo “I am very far“: perché la zampata, anche in questo caso, manca degli artigli più autentici.

“Volevo che questo disco avesse un corpo, non soltanto un cervello”, spiega Meiburg. “Sentivo di avere raggiunto il limite di un certo tipo di approccio e volevo tentare qualcosa di diverso. Non volevo un’ampia e grandiosa atmosfera orchestrale, ma qualcosa di polveroso e terrigno”. I contorni si fanno più netti, la voce tende ad appiattirsi su un registro enfatico e le geometrie lineari dei riff, da “Breaking The Yearlings” a “Immaculate”, sembrano inseguire il canone alt-rock dei National. Non a caso, al mixer c’è Peter Katis, produttore di “Boxer” e collaboratore praticamente fisso della band di Matt Berninger.
Il piano martellante di “You As You Were” evoca i classici degli Shearwater, ma subito il gonfiarsi degli accenti svuota di pathos lo sviluppo. La scelta del gruppo è quella di ridurre la formazione all’osso e di andare in cerca di un’energia più immediata, dando centralità alla sezione ritmica nell’architettura dei brani. Così, le ombre incombenti che avvolgono “Insolence” rimangono un episodio isolato. E solo nel crescendo dell’iniziale “Animal Life” rimane traccia di quella capacità tipica degli Shearwater di costruire i brani su una lenta progressione di atmosfere.

Il flettersi di “Dread Sovereign” e i cori di “Open Your Houses (Basilisk)” richiamano le tonalità degli Elbow, i ritmi che scandiscono “Pushing The River” lasciano intravedere la sagoma dei Radiohead. Nella coda di “Star Of The Age” compare anche il synth di Andy Stack degli Wye Oak, ospite d’onore dell’album. Il respiro del disco, però, stenta ad andare oltre la superficie. Colpa del desiderio di ritrovare la pulsione dell’istinto? Meiburg non se ne cura e va alla caccia del lato meno addomesticato dell’animo in “Animal Life”: “Searching at the light’s perimeter/ The half-remembered wild interior / Of an animal life”.
“Gli animali si trovano esattamente dove sono, qualunque cosa stiano facendo in quel momento”, riflette il leader degli Shearwater. “La naturalezza della loro presenza è qualcosa che adoro contemplare”. Vivere totalmente immersi nell’istante. Anche quando significa rinunciare alle certezze e affrontare un viaggio sulle orme degli orizzonti selvaggi di “Into the wild“: “You could run in the blood of the sun’s hard rays/ You could drive the mountains down into the bay/ Or go back to the east where it’s all so civilized/ Where I was born to life”. Meiburg non ha dubbi sulla via da prendere: “I am leaving the life”, proclama sullo slancio finale di “You As You Were”. A volte, però, è la strada più facile. E non è necessariamente quella che porta più lontano.

Gabriele Benzing (www.ondarock.it)

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