Underworld – 1992-2012 The Anthology ( 3cd)

marzo 1, 2012 at 5:47 pm Lascia un commento

Annunciata, come da copione. Agli inizi di questo 2012 arriva la decennale antologia di Karl Hyde e Rick Smith, che segue un importante fratello maggiore, il compendio dedicato al decennio 1992-2002. Ovvero una parte considerevole dello sviluppo in campo elettronico delle ultime due decadi, che sotto il nome di Underworld ha trovato un’identità complicata e affascinante.
Ma andiamo con ordine, perché stavolta non si tratta di un mero tributo alla carriera. Il duo britannico è vivo e vegeto, o almeno è questa l’aria che si è respirata nel recente “Barking“, registrato in compagnia di Paul Van Dyk e del fuoriuscito (direzione Ibiza) Darren Emerson. Un lavoro impreziosito dal tocco e dall’acume nel catturare influenze artistiche che solo gli esperti possono garantire, quando non rimangono invischiati nei ricordi dei bei tempi passati. Con il non scontato risultato che si è ritornati a scrivere, con interesse, di un potenziale reperto archeologico. Già, perché gli anni 90 sono finiti da un pezzo, e il rivoluzionario dancefloor che ha reso celebre “Trainspotting” è stato sostituito da un’industria potente e ben radicata in ogni angolo del globo. I rave non spaventano più nessuno, relegati in un angolo creativo senza visibilità, mentre impazzano dal primo giorno di uscita i singoli pop-dance di Rihanna Lady Gaga. Eppure, se la fruizione e il concetto stesso di dance hanno assunto i connotati di un’ipertrofica macchina da soldi, i due produttori albionici hanno contribuito non poco all’opera.

“Born Slippy” e “Beaucoup Fish”, nel successo e nell’epica di cui sono stati protagonisti, sono assurti a cardini sui quali (ri)costruire, dai bassi dei dj-set illegali, le sorti e la dignità della musica da ballare. Con un taglio netto alle drum machine conformiste e senz’anima che plastificarono il decennio precedente. E grazie al decisivo sguardo alle esplosioni creative della gioventù albionica, rivolte al lato più alternativo del fenomeno dei club. Proprio ciò di cui si è nutrito il primo album “Dubnobasswithmyheadman”, soprattutto nella “Mmm I Love You Skyscraper” riportata in antologia, posando le fondamenta della drum’n’bass in un vulcanico calderone di bassi sintetici e ritmi sovrapposti.
La cavalcata verso il presente, però, è appena iniziata: lungo i tre enciclopedici dischi si sfoglia un catalogo di immagini in forma musicale, a partire dalla techno da videogioco di “Cowgirl” e dalla sua compagna di notti senza luce, “Dark & Long”. Un preludio ai fasti visionari di “Beaucoup Fish”, stavolta nei panni della profetica “Jumbo”, appena prima di citare l’house progressiva (o volgare?) di “Two Months Off”. Gli estratti dal recente “Oblivion with Bells”, con la trasognata “To Heal” a tirare le fila, ricordano agli ascoltatori più affezionati la dorata noia degli Underworld versione 00, ma è questione di un attimo: “Scribble”, come del resto l’ultima prova in studio da cui è estratta, ci riconsegna un duo ispirato e insperatamente al passo con le sonorità contemporanee, senza scadere nella banalità di certa musica commerciale. C’è ancora spazio per b-side e chicche da intenditori, come la trance disfunzionale di “Why Why Why” o l’elegante suspense di “Second Hand”.

Accostarsi a una normale antologia non è mai semplice. Da un lato gli autori, pressati da contratti discografici, dall’altro gli ascoltatori, divisi tra chi grida allo scandalo (la mercificazione della musica!) e chi finalmente sa cosa regalare a Natale. Insomma: il solito dibattito senza vie d’uscita. Poi però ci sono le antologie che, nei limiti fisici di un riassunto, raccontano con fedeltà la storia di un gruppo, e quando questo gruppo si chiama Underworld, partecipare all’ascolto non è solo questione di gusti: avere tra le mani una copia di “1992-2012 – The Anthology” ricorda quando, leggendo un capolavoro di letteratura, ci si sente tutto ad un tratto più consapevoli, finalmente parte viva della cultura che ci circonda. Anche se rivivere quegli anni 90, per chi non c’era, sarà sempre un’illusione.

Matteo Monaco (www.ondarock.it)

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