Tindersticks – The something rain ( cd – lp )

febbraio 29, 2012 at 6:17 pm Lascia un commento

Se la bellezza seguisse la traiettoria predefinita di un canone fisso, l’umana morbosità ne sarebbe ben presto annoiata e delusa. Incorniciare l’emotività è un oltraggio al suo flusso mutevole, una gabbia posticcia, un agire subdolo e pretenzioso. Se l’intento è quello di arredare l’aria, l’equivoco è sempre in agguato; non è certo semplice mettere a fuoco l’essenza, tra le maglie dell’intangibile.
L’arte sobria e defilata dei Tindersticks, umbratile, nello scorrere del suo magma, figlia di un vertiginoso connubio tra sensorialità e cerebralità, motore propulsore di magnetismo per taluni, di facile sbadiglio per altri, elitaria per sua stessa natura, prescinde dalla crisi passata, nel bel mezzo di un ventennale percorso, e interpreta il nono episodio di una carriera ritrovata.

La canadese Constellation accoglie nel suo regno lunare “The Something Rain”, terzo disco dopo la reunion del 2008 con “The Hungry Saw” e il successivo, meno ispirato “Falling Down A Mountain” del 2010, mentre, nel 2011, è uscita una raccolta contenente tutte le colonne sonore con le quali i Tindersticks hanno impreziosito, nel corso degli anni, il cinema della francese Claire Denis, “Claire Denis Film Scores  1996-2009”.
C’è anzitutto da dire che, come sempre, il sole, nella dimora elegantemente decadente dei Tindersticks, non penetra mai con insolente violenza, filtrato, invece, dalle fessure e temperato dalla penombra. Ma questa volta l’oscillare tra notte e giorno cede il passo ad un’intensa a-temporalità emozionale, nella quale la tentazione di fluttuare è assolutamente equidistante, benché le apparenze, dal banale concetto di “musica da sottofondo”.

Come rinnovata abitudine della band, l’album si apre con l’intro spoken “Chocolate”, che, per poco più di nove, avvolgenti minuti, riprende “My Sister”, traccia contenuta in “Tindersticks II”, il post-esordio del 1995. Introdotto da un coro soul, il baritono di Staples entra con la solita, infinita, ammaliante grazia, in “Show Me Everything”, traccia che, dall’essenzialità strumentale dell’incipit, va progressivamente aprendosi agli altri strumenti, assecondando la mutevolezza del mood staplesiano, sempre più dolcemente deciso nel suo declamare “show me everything”.
Canzone d’amore e d’ombra, sofferta tensione tra eros e thanatos, è “Medicine”, anelito ricamato dal violino fragile, che richiama alla memoria l’immagine di un Leonard Cohen più direttamente coinvolto nello spasmo d’amore.

“This Fire of Autumn”, folk elettronico, incede come danza moderatamente sincopata di foglie agonizzanti, in una dialettica palpitante ed elegantemente tesa, e la tentazione dell’elettronica torna in “Frozen”, vortex sonoro à-la Portishead, alveare oscuro in cui perdersi seguendo la traccia della voce di uno Staples meravigliosamente su di giri.   
C’è spazio anche per le ballate: dal solipsismo desolato e sussurrato di “A Night to Still”, al languore sensuale di “Come Inside”, una sorta di più pacificata “My Oblivion”, in un pop orchestrale nel quale il crooner torna a giocare tutte le sue armi di seduzioni, rendendo vana qualsiasi possibilità d’opporgli resistenza.
“Slippin’ Shoes”, con il suo impianto da rumba mitteleuropea, interrompe momentaneamente l’umbratilità che, come dna poetico della band, pervade l’intero album, con una sezione di fiati solare e intrigante.
La chiusura è uno strumentale, delicato, cinematico canto delle sirene d’aria à-la Dirty Three (“Goodbye Joe”).

L’album, registrato tra il maggio 2010 e l’agosto 2011, nasce da un’istanza, speciale, come recano le note compilate dallo stesso Stuart Staples: “At the albums heart lies the memory of the people we have lost in these last 2 years, but we were in no mood to be maudlin. It’s to them. But it’s for us. We are still drinking, laughing, crying, fighting, fucking, making our music.
They wouldn’t have wanted it any other way”.
La perdita, lo smarrimento, l’amore, la morte tornano a indossare uno degli abiti più dignitosi ed eleganti, nella storia del pop d’autore degli ultimi vent’anni, e il concetto di esistenza riprende fiato, per svelarsi in tutto il suo fascino e la sua inquietudine.

Mimma Schirosi (www.0ndarock.it)

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