Mark Lanegan – Blues Funeral ( cd – lp )

febbraio 4, 2012 at 12:12 pm 1 commento

Sette come le meraviglie del mondo. Sette come i vizi capitali, o come i metalli impiegati nell’alchimia. Sette, come gli anni necessari a Mark Lanegan per regalarci un suo nuovo album.
Dal 2004 a dire il vero non ci aveva tenuti del tutto digiuni, confezionando tre interessanti prove discografiche con l’ex Belle and Sebastian Isobel Campbell, in un sodalizio accattivante, partito in sordina e consolidatosi durante il percorso. Da “Ballad of the broken seas” (2006), in cui la personalità di Lanegan appariva preponderante rispetto a quella della cantante scozzese, fino ad “Hawk” (2011) i progressi sono tanti: si passa dalla semplice giustapposizione di stili ad un melting pot di tendenze ben amalgamate, dal folk-blues al pop allo swing. E una volta arrivati all’apice di questa intesa, il cambio di rotta. Un album firmato Mark Lanegan band, il primo dopo “Bubblegum”. “Blues funeral” ha un titolo emblematico, che impone immediatamente una riflessione: davvero Lanegan è pronto a seppellire l’eredità di quei bluesman che sin dalla sua prima prova solista tingeva di nero il suo cantautorato? È probabile che ci sia da parte dell’ex Screaming Trees una qualche volontà di distacco, che a livello formale si configura, ad esempio, nell’assenza di quelle voci corali che in pezzi storici come “Wedding dress” si riallacciavano all’immaginario del canto nelle piantagioni. Nulla a che vedere dunque con le background voices di “Levithan”, che creano piuttosto un gioco di rimandi tra Lanegan e la sua solitudine. Le sonorità si aprono a soluzioni nuove, come l’uso molto ampio di synth e tastiere (soprattutto nella bellissima e sognante “Harborview hospital”) o l’elettronica vintage di “Ode to sad disco”. Verrebbe da pensare che sì, questo è effettivamente il funerale del blues, di quel blues tanto amato, vissuto, incarnato da un cantautore che, al pari di molti grandi, non ha posto alcuna distanza tra la sua vita e la sua musica. Ma, in una questione così delicata, non possiamo non tener conto delle parole di Chester Arthur Burnett, in arte Howlin’ Wolf, uno dei massimi rappresentanti del genere: “In molti chiedono cos’è il blues. Adesso ve lo spiego io. Quando hai cattivi pensieri, hai il blues, perché nel momento in cui hai cattivi pensieri stai pensando al blues.”
Ed è per questo che nel momento stesso in cui Lanegan teorizza con tristezza la fine di quello che è un genere e allo stesso tempo un modus vivendi, quella malinconia prende il sopravvento, e il risultato è il più blues degli album che la sua carriera solista abbia mai prodotto, perché più intimo e per questo maggiormente in grado di dialogare con le nostre emozioni. Epurato nella forma dall’influenza delle “canzoni dei campi”, ne conserva e ne amplifica la sostanza, seguendo un percorso più compatto rispetto a “Bubblegum” e al tempo stesso più ricco di sfumature, estremamente vivido e vivo. Pezzi dalla disarmante carica energetica si alternano a canzoni struggenti e mai scontate. Appartengono al primo gruppo l’iniziale “The gravedigger’s song”, singolo che ha anticipato l’uscita dell’album. Una delle canzoni d’amore più belle che siano mai state scritte. E poi “Riot in my house” e “Quiver Syndrome”, echi stoner mutuati dal periodo della collaborazione con i Queens of the stone age. Nella seconda categoria, si attanagliano alle viscere più di ogni altra “Bleeding muddy water” ,“St Louis elegy” e “Deep black vanishing train”: la sensazione è quella di perdersi ed affondare in un elemento primordiale, liquido amniotico dell’anima, radice di ogni felicità, di ogni disagio. La voce – quella voce – che ti spoglia e ti costringe a prestare attenzione all’odore degli umori e di sudore lievemente acre. Che distilla lo spirito come fosse il migliore dei whiskey invecchiati. Invecchiato di sette anni, Lanegan non si smentisce, regalandoci un album che è insieme meraviglioso, vizioso, e alchemico.

Roberta D’Orazio (http://stordisco.blogspot.com)

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