Leonardo Cohen – Old ideas ( cd – lp )

gennaio 30, 2012 at 5:24 pm Lascia un commento

Old kettles, old bottles, and a broken can,
Old iron, old bones, old rags, that raving slut
Who keeps the till. Now that my ladder’s gone
I must lie down where all ladders start
In the foul rag-and-bone shop of the heart

(W. B. Yeats, “The Circus Animals’ Desertion”)

 

“Straccivendolo del cuore”, si definisce Leonard Cohen. Gli occhi nascosti dall’immancabile Borsalino, prende in prestito i versi di Yeats per schermirsi dalle lusinghe. Non è una posa, la sua proverbiale umiltà: è il sentimento di chi sa bene che tutta la grandezza dell’uomo, in fondo, non è che un granello di sabbia. Non c’è da stupirsi, allora, che ai suoi occhi il primo disco di inediti da otto anni a questa parte sia solo un pugno di “vecchie idee”. Parco di enfasi come i titoli dei suoi album: per questo può ancora lasciarsi commuovere sino alle lacrime dalla devozione di un pubblico ritrovato dopo anni di lontananza dalle scene.
Proprio l’esperienza del ritorno sul palco sembra essere la chiave di volta di “Old Ideas”: complice l’affiatamento con i musicisti chiamati ad accompagnarlo in tour, Cohen riporta le sue canzoni all’essenza, spogliandole di quella patina leziosa che le aveva offuscate nei precedenti “Ten New Songs” e “Dear Heather”. “Old Ideas” ritrova così quell’equilibrio che da almeno un ventennio mancava alla musica del songwriter canadese. Perché i suoi versi non hanno mai avuto bisogno di scenografie posticce: chiedono solo lo spazio per lasciar riecheggiare la propria voce.

Il crooning di Cohen è un sussurro in cui il peso del tempo palpita di fumo e desiderio. In “Going Home” si lascia sfiorare solo da un’aura di archi e tastiere, insieme alla carezza di un controcanto femminile. Il territorio in cui si addentra, faccia a faccia con lo spettro della mortalità, è lo stesso delle “American Recordings” di Johnny Cash, lo stesso del Dylan di “Time Out Of Mind”. E più dylaniane che mai sono le tinte blues che avvolgono “Darkness” tra volute di hammond, interrogandosi nella penombra del crepuscolo sul tempo che rimane.
“Vecchie idee”, le chiama Cohen. “Ho un’idea alla volta”, spiega. “E su quella posso lavorare un’eternità”. In effetti, “Darkness” e “Lullaby” erano già apparse dal vivo nel corso dell’ultimo tour, mentre “Crazy To Love You” era stata interpretata nel 2006 da Anjani Thomas, attuale compagna del songwriter canadese, nel suo album “Blue Alert”: Cohen ne offre una versione spoglia e solitaria, tessendo un madrigale acustico che sembra volerlo riportare alle origini.

Tra un baluginare di tromba e i ricami gitani del violino, “Amen” è la parola che risuona nel deserto, parlando d’amore alle orecchie degli assetati. Il pensiero corre alle atmosfere di “Recent Songs”, che non a caso uno resta dei lavori musicalmente più riusciti della discografia di Cohen.
“Old Ideas” è un dipanarsi di sfumature, che dal gospel dimesso di “Come Healing”, guidato dal coro delle Webb Sisters, vanno a trascolorare nel country meditativo di “Banjo”. Non manca qualche momento di stanchezza, soprattutto nella seconda parte dell’album. Ma, a differenza del passato più recente (l’irrisolto “Dear Heather” in primis), nell’architettura complessiva del disco nulla suona giustapposto.

Alla soglia degli ottant’anni, non c’è rassegnazione nello sguardo di Cohen. L’affastellarsi dei giorni non spegne lo slancio del cuore: semmai lo rende ancora più acuto e penetrante. La differenza sta nel fatto che quel destino che si pensava di avere in pugno diventa piuttosto una strada su cui lasciarsi condurre: “Show me the place where you want your slave to go”, mormora Cohen con il tono di una preghiera, accompagnato dal pianoforte di “Show Me The Place”. Lo sguardo amaro di “The Future” è lontano, ma le domande non suonano meno impellenti: “Show me the place where the word became a man”.
Dio stesso lo guarda dall’alto, scrutando la sua anima come un volto di cui si conosce a memoria ogni ruga: “I love to speak with Leonard/ He’s a sportsman and a shepherd/ He’s a lazy bastard living in a suit”. Sono i versi iniziali di “Going Home”, in cui Cohen tratteggia con l’inconfondibile eleganza del suo humour un autoritratto da trovatore inquieto, sempre alla ricerca di una canzone d’amore capace di insegnare a convivere con la disillusione. Ma quello che conta è la certezza di essere sulla strada verso casa: “Going home without my burden/ Going home behind the curtain”. Il vecchio poeta prende tra le mani il suo Borsalino e china il capo con un cenno di gratitudine. “Going home without the costume that I wore”.

Gabriele Benzing (www.ondarock.it)

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