Black Keys – El Camino ( cd – 2lp )

dicembre 21, 2011 at 10:37 am Lascia un commento

A qualcuno verrà in mente di chiamarli frivoli e imborghesiti, furbastri e ruffiani. Falsamente sorpresi, nelle loro interviste, dal successo clamoroso dello scorso “Brothers“, a seguito del quale spunta dal cilindro questo seguito. La band più cool del momento, o giù di lì, non può certo permettersi battute d’arresto, ora che come Re Mida paiono tramutare ogni loro mossa in un culto, dai video alle strategie di marketing.
“El Camino” è un album che “chiama”, invoca una pioggia di fischi dai fan di più lunga data: ma come, dilapidare il credito acquisito con “Brothers” – che aveva tutto, belle ragazze e soldi e la smorfia intelligente di chi è al di sopra di tutto questo – col loro disco più sfrontatamente catchy?

Eppure è un disco che funziona, affilato e arrotato dal solito Danger Mouse, forse non il più geniale dei produttori, ma una sicurezza quando si tratta di mettere insieme un “prodotto”, appunto. L’intesa è rodata fin dai tempi di “Attack and Release” – che era già una prova generale di questo “El Camino” – e si dipana dagli immancabili cunei di penetrazione del garage anni 60 del singolo “Lonely Boy” e di “Hell Of A Season” alle passioni per il vintage seventies della ballata hard rock “Little Black Submarine” e dell’hard-blues pirotecnico di “Gold On The Ceiling”, reminiscente del periodo “Attack And Release” appunto.
Quasi del tutto scomparse, insomma, le sinuose sensazioni R&B di “Brothers” (se non nel disco-funk della finale “Mind Eraser”), sacrificate a un lavoro più frettoloso, che sfrutta le intuizioni sonore del disco dell’anno scorso (dall’interazione tra la distorsione, lo stoppato e la roca emozionalità della voce di Auerbach al drive sensualmente scanzonato dell’organetto), calandole però in quella che è sempre stata la musica del duo di Akron.

Sono forse hit spensierate come “Dead And Gone” (ancora sixties anabolizzati) a costituire il momento migliore del disco, mentre una traccia come “Sister” dà dimostrazione delle ancora vive potenzialità del gruppo, col suo tiro revivalista sospeso tra divismo soul e frivolezza sintetica così eighties.
Sono Dan Auerbach e Patrick Carney da dare per “persi” dietro alle lusinghe del successo? Niente di più sbagliato. “El Camino” dimostra piuttosto che sono in pieno controllo della propria carriera e della propria musica.

Lorenzo Righetto (www.ondarock.it)

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