Kate Bush – 50 words for snow ( cd – 2lp )

dicembre 16, 2011 at 12:47 pm Lascia un commento

Nel 1911 Franz Boas, considerato il padre dell’antropologia moderna, nell’introduzione dell'”Handbook of North American Indians” fece un riferimento esplicito alla lingua Inuit e al fatto che gli eschimesi usassero un sorprendente quantitativo di parole per indicare la neve. Un linguista americano, Benjamin Whorf, ne individuò sette ma varie leggende iniziarono a parlare di cinquanta, quando non addirittura di cento termini esistenti – dando l’idea che questa popolazione vedesse la neve in un’ottica del tutto diversa dalle altre. Proprio da questa curiosa credenza nasce il titolo del nuovo album dell’influente usignolo britannico, il cui genio si risvegliò già da un lunghissimo letargo nel 2005 con il bel doppio Lp “Aerial“. Quest’anno la nostra Signora del Kent ha già dato alle stampe un disco, nel quale ha voluto donare nuova linfa ad alcune canzoni registrate tra il 1989 e il 1993 (“Director’s Cut“, da queste parti ritenuto poco più di un superfluo esercizio di autoindulgenza) e che l’ha vista per la prima volta dopo tanti anni (“The Whole Story”, la sua prima e unica raccolta di successi, risale ormai al lontano 1986) rivisitare il proprio passato. Non è finita qui: la cantautrice ha ora una propria etichetta discografica, la Fish People, e si è riappropriata di quattro importanti lavori dapprima in mano alla Emi. Le ristampe sono state un’occasione sprecata: solo “The Red Shoes” è stato effettivamente rimasterizzato (dall’eccellente James Guthrie).

Mesi fa era già stato annunciato un lavoro completamente nuovo, cui Kate Bush si sarebbe dedicata subito dopo “Director’s Cut”, e ora è qui tra le nostre mani uno degli album più bizzarri della sua carriera. Il suo titolo, “50 Words For Snow”, è eloquente – si tratta di un soffuso e sofisticato tappeto strumentale che intende farci compagnia nell’inverno più gelido e malinconico della nostra vita, sulle note sussurrate di canzoni minimali, di melodie dilatate che ruotano come dervisci in punta di piedi. Impalpabili e spesso evanescenti, proprio come lo è la materia poeticamente evocata. Dimenticate il Fairlight CMI in bella vista nel capolavoro “Hounds Of Love” e le venature rock che aiutavano a rendere ancora più magici e commoventi gli intimi e rilassati “moments of pleasure”: l’elettronica è ancora presente, sì, ma solo sullo sfondo e in piccole tenui pennellate. Il protagonista del paesaggio sonoro è quasi sempre il pianoforte, anche se la ripetizione (talvolta esasperata) di alcuni passaggi rende gli arpeggi turgidi e asettici. Non si comprende inoltre perché Kate usi così poco la propria voce, forse per la prima volta in 33 anni, che a tratti presenta macchie di raucedine. Stiamo pur sempre parlando di un’artista il cui ultimo tour risale al 1979 – troppe sigarette, forse?

Se da una parte fugge con intelligenza dai cliché più pericolosi – sgombriamo subito il campo dai fraintendimenti: questo non è un disco natalizio – dall’altra la Bush sembra voler recuperare a tutti i costi quelle idee di “Aerial” che avevano suscitato non poche perplessità (“Mrs. Bartolozzi”, per esempio) già al primo giro. L’incipit “Snowflake” è una poesia suggestiva, dal suono “spazioso” con poche percussioni che si odono ogni tanto in lontananza, in cui l’artista inglese riesce bene a far immaginare il percorso del fiocco di neve (“Il mondo è così chiassoso, continua a cadere, io ti troverò”, lo esorta con amore mamma Kate) dalla nuvola fino al terreno. La voce bianca è del pargoletto Bertie, appena tredicenne – che ce la mette tutta, ma in più di un passaggio sembra avere un brutto raffreddore. Chi scrive vorrebbe fare un gentile appello (pur sapendo già in partenza che sarà inascoltato) affinché abbia fine questo perverso trend che si è impossessato di Bush, Peter Gabriel Tori Amos: la presenza dei figli nei dischi dei genitori, quando la loro voce non è ancora formata (l’incolpevole Bertie) o quando il talento è pressoché inesistente (a qualcuno forse piacciono le performance della figlia dell’autore di “Solsbury Hill”?), è davvero una delle cose più fastidiose dopo la recente insistenza nell’uso dell’Auto-tune da parte di voci che non ne hanno il minimo bisogno.

Il viaggio continua con “Lake Tahoe”, la storia dello spettro di una donna che emerge da un lago ghiacciato alla ricerca del proprio cane (ricorda non poco alcune cose di Joni Mitchell) e con “Misty”. Avvolta in un soffice arrangiamento jazzato, Kate racconta con erotico candore la seduzione di un pupazzo di neve, per un amore che è destinato inesorabilmente a sciogliersi. Anche i silenzi hanno parole, sono parte integrante del tessuto sonoro – un po’ come lo erano nell’unica prova solista di Mark Hollis dei Talk Talk. La melodia però spesso ruota su se stessa, e attendiamo invano la transizione (al massimo s’interrompe il piano ed entrano gli archi) che, puntualmente, non arriva.

“Wild Man” è il cuore pulsante dell’album, posizionato strategicamente al centro e che riesce a far trasparire per un attimo la sopita anima rock della Bush (sebbene sia più accostabile a “King Of The Mountain” che a “Rubberband Girl”). Ad accompagnarla c’è Andy Fairweather Low, conosciuto in primis per la sua militanza negli Amen Corner – artefici di una cover di successo della hit “Il Paradiso” di Patty Pravo, “(If Paradise Is) Half As Nice” – e poi in veste di sessionman di lusso per Roger Waters ed Eric Clapton. Le sorprese non finiscono qui, visto che finalmente Kate ha potuto coronare un sogno. Già, perché se Elton John è stabilmente nel pantheon della cantante (anni fa riprese la sua “Rocket Man” per un disco-tributo) questa volta è riuscita a convincerlo a duettare con lei in un episodio che gli calza a pennello, uno dei pochi ancora capaci di toccare sul serio le corde dell’emozione. “Snowed In At Wheeler Street” è la storia di due anime che si amano da sempre, e che si incontrano (reincarnate) in epoche storiche lontane – si va dall’antica Roma agli Stati Uniti dell’11 settembre. C’è sempre qualcosa che alla fine arriva a separare i due amanti. Bella l’idea di fondo, ottima la resa finale.

Non si può dire lo stesso, purtroppo, della title track: già in passato, nell’incantevole mondo di Kate Bush, il confine tra il sublime e il ridicolo si era dimostrato assai sottile (pensiamo al ritornello di “Pi”, composto dai numeri decimali del pi greco!). Qui è tutto molto debole, con un gioco tra lei e l’attore Stephen Fry reclutato per l’occasione che proprio non funziona. Si tratta dell’elenco di cinquanta termini, veri e inventati, che identificherebbero la neve – non mancano “spangladasha”, “whirlissimo”, “slipperella”, “creaky-creaky”, “whippoccino” e “boomerangablanca”. Si aggiudica la palma della peggior canzone mai scritta e cantata dalla Bush – senza ipocrisie, a un’altra artista un espediente simile non l’avremmo perdonato mai e poi mai. Quando è troppo è troppo, specialmente quando lei appare per ricordare che “ne mancano ancora”. Per fortuna a risollevare le sorti arriva “Among Angels”, capace di rievocare meraviglie del passato come “Under The Ivy” con un testo che fa sospirare l’atteso giungere della primavera.

Alessandro Liccardo (www.ondarock.it)

 

 

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