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The War on drugs – Slave ambient ( cd – 2lp )

War on Drugs si formano a metà degli anni 2000 circa, quale progetto musicale nato dall’unione di più spiccate personalità cantautorali. Come accadeva spesso nei sixties (Buffalo Springfield, Byrds, CSN & Y ) e in qualche caso accade tutt’ora (vedi alla voce Fleet Foxes, ad esempio). Il nuovo “Slave Ambient” giunge, dopo tre Ep degni nota e vari cambi di formazione, a tre anni dall’altrettanto notevole “Wagonwheel Blues”. Allora il gruppo di Philadelphia ruotava attorno all’asse compositivo formato dal duo chitarristico Adam Granduciel e Kurt Vile. Quest’ultimo, nel frattempo, ha intrapreso una brillante carriera solista, tanto che il suo nome è ormai più noto al pubblico indie di quello della sua ex-band. Il posto di Vile, sia dal punto di vista strumentale che nella stesura dei brani, è stato preso dall’unico superstite di quella formazione il bassista (e ora anche chitarrista) Dave Hartley, mentre il nuovo batterista Mike Zanghi completa l’inedito trio sempre sotto la guida vocale e autoriale di Granduciel. 

Anche il suono dei War On Drugs è cambiato, s’è perfezionato e raffinato, consolidando il retroterra roots/americana in un crogiuolo di psichedelia, Paisley sound, shoegaze e alt-rock dalle chiare ascendenze velvettiane. Ciò che più impressiona in “Slave Ambient” è la forza propulsiva ed evocativa del wall of sound ricavato dall’interplay fra il fitto jingle-jangle delle chitarre (anche il buon Vile fa un’informale ritorno in alcuni brani) e il pulviscolo onirico e atmosferico emanato dai synth e dalle tastiere (suonate dallo stesso Granduciel o affidate ad alcuni collaboratori). Ma le qualità di Granduciel e soci non si esauriscono nelle scelte sonore o nella perizia produttiva: sono le melodie agre, impastate, stazzonate, eppure stagliate e incisive, la carta vincente di questo loro secondo lavoro sulla lunga distanza.

Così, se l’influenza della “vulgata” country-rock dylaniana si avverte ancora distintamente – soprattutto nel cantato di Granduciel, in quel modo nasale di strascicare le ultime sillabe alla fine di ogni verso – in brani quali “Brothers”, nell’opener “Best Night”, semi-acustica e rauca d’insonnia su scintillanti arazzi di chitarra, nella conclusiva “Black Water Falls” o nella bluesy (piano e chitarra, quasi The Band) “I Was There”, è nei brani più ritmici e spigolosi che il gruppo cresce d’intensità e cambia di passo: la commistione di shoegaze new wave nella bellissima “Your Love Is Calling My Name”, lunga e dilatata fino al limite della jam, la tirata “Original Slave”, la marziale e ascendente “Come To The City” che ricorda a tratti gli U2 di metà anni 80, la bruma sintetica ma dissipata da un’armonica springsteeniana in sottofondo di “Baby Missiles”.

“Slave Ambient” è un disco delicato e nostalgico, ma anche attuale nella sua grana onirica e perturbante, nel suo essere un ponte panoramico tracciato fra cantautorato sixties rivisitato alla luce soffusa degli anni 80 e neo-psichedelia di sponda alternativa. Un gradito ritorno e una bella prova di coerenza e maturità per un gruppo abituato a cambiare pelle (e componenti) e ad assorbire nuovi stimoli, che sembra aver trovato qui la sua dimensione ideale.

Simone Coacci (www.ondarock.it)

dicembre 8, 2011 at 4:43 PM Lascia un commento


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