Archive for ottobre 22, 2011

I Guardiani del Destino di George Nolfi ( dvd e b-ray )

David Norris, un giovane uomo col vizio della politica, è candidato alla carica di senatore nello stato di New York. In vantaggio sul suo giurassico avversario, David punta tutta la sua campagna sulla freschezza dei suoi pochi anni e su uno spiccato talento oratorio. Ma una foto goliardica, pubblicata intempestivamente dalla stampa, compromette la sua vittoria, assicurandogli nondimeno la simpatia, la fiducia e il voto di Elise, una ballerina promettente incontrata per caso nel bagno degli uomini. Innamorati e perduti nel tempo di un bacio, David ed Elise si congedano per cercarsi e ritrovarsi lungo le strade e sugli autobus di New York. Quel loro amore tuttavia non è scritto nel libro del Presidente, una sorta di deus ex machina che decide il destino degli uomini. Elise non era prevista nel percorso esistenziale di David e dunque i guardiani del destino, agenti operativi del Presidente in giacca, cravatta e Borsalino, dovranno deviarla, aggiustando il tiro e garantendo un disegno più alto. Rivendicando il libero arbitrio, David sfiderà gli ordini superiori a colpi di testa e di cuore.
Frutto (probabilmente) di un acido ben fatto, Philip K. Dick vide dentro una primavera degli anni Settanta il Programmatore programmare le nostre vite sulla terra. Quell’esperienza diretta di ‘estasi’ gli rivelò ‘la verità’, ossia che gli uomini sono lo strumento per mezzo del quale si compie il disegno del Gran Burattinaio. Da un’altra esperienza, questa volta di creazione letteraria e in ogni caso allineata con quella mistica, nasce invece I guardiani del destino, racconto breve dell’autore americano trasposto sullo schermo da George Nolfi. Thriller sentimentale, I guardiani del destino combina momenti forti, tesi all’emozione adrenalinica, con sequenze chiuse in se stesse alla ricerca della commozione e della realizzazione di un amore splendido. Mentre Matt Damon combatte l’oscuro antagonista che lo spinge a battere un percorso voluto, il film solleva le ossessioni di Dick sulla necessità di distinguere la realtà oggettiva da quella soggettiva, sull’idea del complotto come trama ordita ai danni dell’individuo, sulla sorveglianza ossessiva esercitata dagli apparati di potere. Il titolo originale (The Adjustment Bureau) anticipa di fatto il passo che conduce il film, l’accomodatura verso l’esito desiderato per il protagonista da una presenza o ‘presidenza’ superiore. L’entità ha un braccio di agenti armati di Borsalino che controllano scrupolosi che gli uomini si muovano lungo linee prestabilite senza compromettere l’esito finale, senza scrutare dietro la porta di un futuro prossimo. Ma David Norris non vuole prendere parte all’evento programmato, procedendo in direzione ostinata e contraria.
I guardiani del destino è l’ennesimo adattamento dickiano che prova a leggere la contemporaneità con uno sguardo che dalle sue pagine mutua i temi fondamentali (la crisi del soggetto, la sostanziale falsità delle nostre percezioni, la compresenza di realtà parallele, etc) mancandone l’anima diversamente da opere altre, influenzate dal suo mondo letterario senza esserne trasposizioni dirette. Senza avere meriti di innovazione estetica, nondimeno il thriller romantico di Nolfi (sceneggiatore di The Bourne Ultimatum) trova il suo punto di forza nel protagonista. Così I guardiani del destino è uno di quei film che vale la pena vedere solo perché. Solo perché c’è Matt Damon, stanato da Eastwood che gli ha tolto la maschera (Hereafter) e recuperato l’identità. Rimanendo fedele al concetto che il personaggio è azione e stringendo la mano della donna che ama, Matt Damon attraversa le porte di una New York ‘liquida’ e segna il punto di passaggio: da attore del fare ad attore dell’essere. Così Nolfi svelando la matrice, svela il divo. Un divo bravo. Bravo sul serio.

Marzia Gandolfi (www.mymovies.it)

ottobre 22, 2011 at 10:54 am Lascia un commento

L/O/N/G – American primitive ( cd – lp )

Considerando che è in vista anche un’attesa reunion dei Walkabouts, la prolificità artistica di Chris Eckman è ormai senza limiti. Non si ha ancora avuto il tempo di metabolizzare le sue ultime produzioni e di capire davvero la portata innovativa del progetto afro-euro-roots dei Dirtmusic, che eccolo che ce lo ritroviamo di nuovo immerso nei studi Zuma di Lubjana a partorire una nuova creatura chiamata L/O/N/G. La sigla nasconde la sua collaborazione con il compositore austriaco Rupert Huber, personaggio a metà tra musica d’avanguardia, elettronica e classica, che ha ideato una sorta di concept album tutto basato sulla perdita dell’innocenza dell’uomo adulto. Il tutto è infatti concepito secondo l’appiglio filosofico del concetto di “nuova barbarie della riflessione” di Giambattista Vico, filosofo partenopeo che vedeva il progresso come qualcosa di pericoloso se slegato dallo studio della storia dell’uomo (l’unica vera scienza che vale la pena studiare a fondo secondo il suo libro La Scienza Nuova), tanto da identificare nella perdita di memoria storica la vera causa dell’imbarbarimento progressivo dell’uomo e della sua ragione. Un concetto attualissimo visti i tempi, e che Huber ha voluto ricreare nel fatto che anche per l’individuo, la perdita della memoria del nostro essere stati bambini è la vera causa dell’impoverimento umano e della depressione in età adulta. Concetti difficili e ben poco rock, che Eckman ha voluto comunque trasformare in un disco che unisce sia le atmosfere dark dei Dirtmusic (spogliate ovviamente dell’elemento etnico), sia le sperimentazioni mitteleuropee già sentite nel suo precedente The Last Side Of The Mountain. Registrato con una lunga lista di musicisti slavi, American Primitive è un disco non facile, che unisce strumentali d’atmosfera (Longitude Zero) a notevoli brani compiuti (la tilte-track, o la splendida Dust), con momenti vicini alla roots-music americana (Shoot Your Dog) ma anche sperimentazioni elettroniche (ben riuscita in tal senso la ritmata Land Of The Lost o una Shame This Darkness che deve molto a Steve Wynn), mezzi-blues elettronici ricodificati (Stockerau). American primitive è un disco a tratti molto bello anche se di non immediata presa, con qualche passaggio forse troppo cerebrale, ma è anche vero che chi segue Eckman ha ormai abbandonato il concetto di classic-rock da tempo.

Nicola Gervasini (www.ennegi.blogspot.com

ottobre 22, 2011 at 9:40 am Lascia un commento


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