Cartoline da Cannes 2011 – Impressioni

luglio 2, 2011 at 9:44 am Lascia un commento

Thierry Fremaux, direttore artistico dal 2004, è riuscito a fare del Festival di Cannes l’evento cinematografico più importante. Complice anche la congiuntura economica degli ultimi anni, è rimasto l’unico rendez-vous che riesce ad attirare produttori, compratori, giornalisti ed appassionati da ogni angolo del pianeta.

 

Ci è riuscito perché ha puntato a un marché globale dove si vedono e vendono praticamente tutti i principali film prodotti durante l’anno. Ma soprattutto perché il festival mantiene una fortissima identità nella selezione, non intaccata (se non per pochissimi film fuori concorso unicamente scelti per portare star sul tapis rouge) dall’intento prettamente commerciale.

Anche per questo i film della selezione ufficiale godono all’interno del marché, che conta una quantità di titoli dieci volte più grande, di un’esposizione in primissimo piano.

 

La competizione è il cuore del festival: quella ventina di film di cui tutti parlano e che tutti vogliono vedere. Quest’anno caratterizzata da un’enorme presenza di grandi maestri.

In primis il finlandese Kaurismaki, che affronta, in trasferta francese e con la solita laconicità e un pizzico in più di ottimismo, un tema attuale come l’immigrazione in un delizioso quadretto d’altri tempi.

 

Poi Malick e Von Trier, che firmano due film (spropositati?) sull’Universo: The Tree of Life è panteista con una vena di inquietudine, Melancholia è (come il suo autore) nichilista, depressivo, fastidioso, e a tratti involontariamente ridicolo.

 

Se Almodovar e Sorrentino non riescono a essere pienamente efficaci esplorando nuovi generi (rispettivamente un thriller quasi horror, La piel que habito, e un semi-road movie americano, This must be the place), i fratelli Dardenne, pur senza proporre novità sostanziali, toccano ancora la sensibilità degli spettatori con il loro ragazzino in bicicletta (Le gamin au vélo).

 

Moretti ha riscosso applausi per la sua idea originale, ma ancora di più ne ha ricevuti il danese-hollywodiano Nicolas Winding Refn, che con Drive propone uno spettacolare omaggio agli anni ’80, con una perfezione formale e una tensione palpabile, che in parte vengono compromesse da una seconda parte un po’ troppo splatter.

 

Il Concorso, come sempre, riesce a dare spazio anche a cineasti emergenti o addirittura alla loro opera prima. E’ stato il caso di Markus Schleinzer, che con Michael ha firmato un film gelido e asettico su un bambino e il suo carceriere.

 

In un’annata cosi’ ricca di grandi cineasti nel Concorso, la selezione ufficiale ha cannibalizzato le sezioni parallele (non facenti parte del festival ufficiale), che hanno avuto molto meno pubblico della norma.

La Quinzaine des Realisateurs non è riuscita a proporre, come invece ha fatto in annate migliori o più fortunate, le chicche per cui vale assolutamente la pena di fare un salto a Cannes, quei film che non ti aspetti e di cui il tam tam di professionisti e appassionati sulla Croisette decreta la fortuna, come è successo l’anno scorso per Le quattro volte di Michelangelo Frammartino.

Un poco meglio è andata alla Semaine de la Critique, che, nell’edizione del suo cinquantennale, è riuscita a trovare alcuni film degni di nota, tra cui il vincitore Take Shalter di Jeff Nichols.

 

Un’ultima nota: il sito Ultraculture ha pubblicato una “abuse checklist”, ossia una tabella che illustra la presenza in una serie di film presenti nelle varie sezioni di: abusi familiari, abusi su minori, violenze sugli animali, pedofilia, stupri e torture.

http://www.ultraculture.co.uk/7195-cannes-abuse-checklist.htm

Parecchi film hanno quattro o più di questi elementi. Concusione: almeno a Cannes faceva bel tempo.

Alessandro Zucconi

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