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Cartoline da Cannes 2011 – Code Blue di Urszula Antoniak

Non avevo mai pensato alla solitudine come a una logorante malattia. Mai avevo immaginato si potesse creare una similitudine così forte, a dire il vero già curiosamente descritta dal suono delle due parole pensate oltremanica.
Urszula Antoniak, nuova regista polacca diplomata in cinematografia sia in patria che in Olanda, con alle spalle cinque premi al Festival di Locarno 2009 per il suo primo lungometraggio, NOTHING PERSONAL, ha scelto, attraverso una forte consapevolezza del mezzo cinematografico, di raccontare la mente abbandonata alla sua parte più debole.  
La camera scivola lungo i corridoi artificiali di un ospedale, segue rumori notturni che conducono agli ultimi respiri dei malati. Marian (Bien de Moor) è un’infermiera di mezz’età, corporatura ostentamente esile e modi aggraziati, con uno sguardo scuro e pertanto affascinante. Si muove tra inermi ombre febbrili, che scompariranno ancora prima che arrivi l’alba.
C’è un buio rigoroso, solo a volte illuminato da fredde lampade alogene, che ricorre per tutto il film. Il chiarore del giorno, quando c’è, viene nascosto da uno spesso tessuto nero, capace di sorvegliare il riposo di Marian, dai tratti funerei, dopo il turno di notte.
La luce, magistralmente accudita dalla fotografia di Jasper Wolf, è una realtà ostile, fatta di sensazioni immaginate ma lontane, spiata attraverso una finestra, cercata in un autobus nel leggero sfiorarsi di una folla distratta.
I rapporti umani non sono più possibili, degenerano, sono malati, come gli oggetti appartenuti per un qualche tempo ai pazienti ora defunti, istanti già finiti che hanno la forma di un pettine o di un piccolo specchio, che Marian conserva con cura, maniacale, in un mobile della cucina, spoglia.
I contrasti tra la vita e la morte, tra la confusione delle parole e il ridondante silenzio di una stanza vuota, non sono più così netti, si affievoliscono, e i colori, inevitabilmente, si mescolano.
Presentato alla 64° edizione del Festival di Cannes, CODE BLUE ha concorso nella sezione Quinzaine des Réalisateurs che,
nonostante abbia i propri scheletri nell’armadio (impossibile non citare l’inspiegabile Après le sud, sporcizia francese probabilmente finita per sbaglio ai lati della Croisette, ma senz’altro già cult), da sempre raccoglie le storie di quelli che poi sono diventati i Grandi.
Staremo a vedere dove arriverà l’Antoniak. Quasi sicuramente, tenendo conto delle usuali scelte di distribuzione, non in Italia.

Simona Brambilla

giugno 27, 2011 at 4:12 PM 3 commenti


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