Bon Iver – Bon Iver ( cd – lp )

giugno 20, 2011 at 3:59 pm Lascia un commento

Da che cosa si intuisce l’affacciarsi di una nuova stagione? Prima ancora del germoglio, c’è qualcosa che si mette in moto nel silenzio, come una linfa che torna a scorrere lentamente. Spalancare la porta sul mondo, rimettere la vita in azione. L’inverno solitario di Emma è lontano, la primavera si colora di nuovi volti.
L’esilio tra i boschi si è tramutato in blockbuster esistenziale, il diario segreto è diventato materia da blog. Quattro anni fa, For Emma, Forever Ago non era che una raccolta di canzoni provenienti da un capanno del Wisconsin. Oggi, “Skinny Love” scala le classifiche inglesi, affidata alla voce di una ragazzina di quattordici anni. Ma Justin Vernon non è più lì. Ha ripreso il cammino, ha vagato attraverso luoghi, esperienze, incontri. È andato incontro al risveglio della sua primavera. E ora riparte soltanto dal nome che l’ha accompagnato attraverso il disgelo: “Bon Iver”.

Impossibile misurarsi con il fantasma di “For Emma, Forever Ago”: mitizzato fino a farne sfumare i reali contorni, legato inevitabilmente all’unicum di un momento irripetibile. La sua forza era quella di avere una storia da raccontare, e di raccontarla senza difese. In “Bon Iver” (o, come preferisce Vernon, “Bon Iver, Bon Iver”), le coordinate si spostano agli antipodi: suggestioni atmosferiche, composizioni corali, ambientazioni stratificate. Canzoni dedicate a luoghi, ma che non parlano di un viaggio. Perché un viaggio è definito dalla meta, mentre le dieci tappe di “Bon Iver” esplorano lo spazio fuori e dentro di sé alla ricerca della direzione da prendere. Una direzione che continua a sfuggire: “Mi sta diventando sempre meno chiaro dove sia il mio posto”, confessa Vernon. “Ma in un certo senso sento questo disco più mio di qualunque altra cosa abbia fatto”.
Da Kanye West ai Volcano Choir, dai Gayngs a Twilight: collaborazioni prima impensabili, avventure in nuovi territori, influenze che diffondono un vago senso di disorientamento su uno dei ritorni più attesi dell’anno. È l’approccio stesso a mutare radicalmente, come già lasciavano percepire alcuni frangenti dell’Ep Blood Bank: “Da qualche parte lungo la strada ho dimenticato come scrivere canzoni. Non potevo più farlo con una chitarra. Semplicemente non ci riuscivo”. I dieci brani di “Bon Iver” sono gli unici scritti da Vernon negli ultimi anni. Un lento processo verso l’apprendimento di un nuovo linguaggio, in cui la condivisione è divenuta una necessità, prima ancora che una scelta: “Ho fatto entrare un sacco di gente per cambiare la mia voce – non la voce con cui canto, ma il mio ruolo come autore all’interno di questo gruppo, di questo progetto”. Il sax di Colin Stetson, la pedal steel di Greg Leisz, le orchestrazioni di Rob Moose… Preziosi tasselli di un mosaico a cui sembra mancare però la trama di fondo.

Tutto gravita ancora intorno al Wisconsin, dove Vernon ha creato il proprio studio di registrazione in una ex-clinica veterinaria, ad appena pochi chilometri dalla casa dove è cresciuto e dal locale dove i suoi genitori si sono incontrati per la prima volta. Tutto si incentra ancora sul suo diafano falsetto, inconfondibile trait d’union con i paesaggi innevati di “For Emma, Forever Ago”. Il rincorrersi di un fraseggio e l’eco di un coro di ombre conducono “Perth” verso le lande oniriche dei Sigur Rós, tra accenti marziali e aperture di fiati: “una canzone heavy metal con un suono da Guerra Civile”, la definisce iperbolicamente Vernon. Insieme alla levità folk di “Towers” e all’ordito di “Holocene”, è l’episodio che lascia trapelare più intimamente la discendenza dal disco d’esordio. Ma la purezza espressiva delle canzoni in quanto tali rimane una prerogativa di “For Emma, Forever Ago”.
“Bon Iver”, piuttosto, è un intreccio evanescente di strade: il tappeto di “Minnesota, WI” azzarda il connubio con Peter Gabriel, i riverberi di tastiere di “Hinnom, TX” vanno in cerca di un pop etereo alla Talk Talk, “Calgary” rimane sospesa in una bolla di sapone per poi rifrangersi in schegge di ritmi e fenditure asprigne. E l’epilogo di “Beth/Rest” ambisce a sdoganare souvenir soft-rock anni Ottanta, con il suo gioco di piano elettrico, sax e scampoli di assoli.

Tra le reminescenze d’infanzia di “Michicant” e la mistica amorosa di “Towers”, i nuovi brani firmati Bon Iver prediligono i contorni indefiniti. “Per me era importante lasciare da parte l’aspetto dello storytelling“, sottolinea Vernon. Canzoni “non specifiche”, le chiama, nelle quali a prevalere è il suono dei versi che si affidano al librarsi incorporeo della sua voce.
“This is not a place”: come in un paradosso di Magritte, la dichiarazione di “Perth” è l’unica vera certezza. “Bon Iver” è un itinerario di non-luoghi, una traversata senza prendere il largo. La mappa di una terra di mezzo dove le aspirazioni non arrivano a tradursi in forma compiuta.

Gabriele Benzing

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