Low – C’mon ( cd – lp )

maggio 26, 2011 at 2:17 pm Lascia un commento

In una chiacchierata di qualche tempo fa, a margine del tour del suo divertessement vintage-rock Retribution Gospel Choir, Alan Sparhawk raccontava come, una volta superata la fatidica soglia dei quaranta, anche per i “rocker” la vita possa essere fatta di ordinaria quotidianità, di bollette da pagare, di pannolini e figli, di impegni familiari che costringono a centellinare le apparizioni dal vivo, senza che, tuttavia, ciò inaridisca la vena creativa e spenga quell’insopprimibile desiderio di continuare a coltivare la propria arte, tra coerenza stilistica e pulsioni di cambiamento.

È anche da queste premesse che nasce “C’mon”, a ben quattro anni di distanza dall’ultimo “Drums and guns“.

Se il disco precedente aveva rappresentato una significativa sterzata rispetto al canonico suono dei Low, attraverso il cospicuo utilizzo di un’elettronica abrasiva, “C’mon” restituisce la band di Duluth a un registro più “classico”, che si congiunge in maniera abbastanza palese ai fasti di “Things We Lost In The Fire” e “Trust“. Al contempo, laddove “Drums And Guns” gettava uno sguardo cupo e apocalittico sui destini di un’umanità fragile e disorientata, le nuove canzoni delineano un ripiegamento nel privato, negli affetti e nei sentimenti più autentici.
Registrati nei Sacred Heart Studio di Duluth (siti in una chiesa sconsacrata), dove vide la luce anche “Trust”, i dieci brani di “C’mon” risultano canzoni sospese in una dimensione temporale aliena, nella quale tornano a incontrarsi brumose carezze al rallentatore e accorate elegie modellate su scarnificazioni degli stilemi del rock e sulla raffinatezza di melodie tanto eteree quanto compiute.

I Low sono oggi una band pacificata, le cui inquietudini hanno lasciato progressivamente spazio alla grazia e alla tenerezza di sentimenti più intimi e quotidiani che, tuttavia, non fiaccano né banalizzano la capacità evocativa della loro musica.
In diciotto anni di carriera, Alan e Mimi hanno cesellato le loro canzoni con un approccio minimale e obliquo, sempre evitando la strada più semplice e scegliendo percorsi a volte impervi, altre volte tortuosi e impegnativi.
Questa volta, sin dal brevissimo titolo, hanno invece deciso di rendere la loro musica più immediata, arrivando a comporre il loro lavoro più classico e genuinamente “americano”.

Le melodie, che spesso erano celate dalle distorsioni o diluite dalla dilatazione dei suoni, in “C’mon” sono in primissimo piano, pure, limpide e non hanno bisogno di alcuna mediazione o mascheramento. I Low, del resto, sono da tempo consapevoli di avere un suono paradigmatico ed è per questo motivo che non hanno più alcuna remora a contaminare la propria musica: l’hanno fatto con l’ibridazione indie-rock di “The Great Destroyer“, con le “sporcature” elettroniche di “Drums And Guns” e non vi rinunciano neanche in “C’mon”.
In questo caso, però, scelgono di incidere e suonare un disco nel quale il suono “Low” si sposa al più classico dei generi americani: quel folk-rock che, a detta dello stesso Sparhawk è la vera voce della gente.
È “C’mon”, in qualche modo, il disco che sancisce definitivamente come i Low siano un gruppo folk, un gruppo di musica tradizionale che rilegge la grande tradizione americana alla luce del maelström che da lungo tempo ne intorbida e ne rende perigliose le acque. E alla luce di questa prospettiva anche le straordinarie ballate che ne costellano i precedenti lavori – dalla riproposizione di “Sunshine” dell’album d’esordio, fino a “(That’s How You Sing) Amazing Grace”, passando per “In Metal” e “Lion/Lamb” – riescono a essere docilmente ricondotte nell’alveo della “classicità”, intesa come continua esplorazione dell’animo umano attraverso l’espressone musicale.

E non è un caso, quindi, che, sebbene in ognuno dei brani che compongono “C’mon”, ricorrano suggestioni e richiami ai lavori passati della band (“Nightingale”, “Majestic/Magic”, “Nothing But Heart”), quest’album sia fortemente caratterizzato e pieno di personalità.
Sono l’apertura quasi pop di “Try To Sleep” e la chiosa festosa di “Something’s Turning Over” – con i giovanissimi figli Hollis e Cyrus ad accompagnare ai cori – che evidenziano come Alan e Mimi abbiano in qualche modo scacciato i propri fantasmi (che, probabilmente, angosciavano soprattutto il primo). Ma è, anche questa volta, laddove il canto si fa più veemente e la musica più intensa che il livello emotivo dell’album decolla definitivamente: la semplicità struggente di “$20”, la soave e vivida “Nightingale” nella quale le voci dei due coniugi più intonati d’America si carezzano vicendevolmente e si allacciano, preludendo all’appassionato amplesso di “Nothing But Heart”, ripetitiva e catartica, o l’incalzare di “Majesty/Magic” sono i vertici di un’opera solida e coinvolgente.
Niente orpelli, quindi, e poche concessioni alla sperimentazione o al travestimento: solo una band nuda, sincera e comunicativa (più del solito). E a mettere in dubbio tale atteggiamento e tale genuinità si finirebbe per dimostrarsi non solo duri d’orecchio, ma soprattutto, con un cuore duro come una pietra.

Francesco Amoroso (www.ondarock.it)

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