Archive for maggio 21, 2011

Il discorso del Re di Tom Hooper ( dvd e b-ray )

Duca di York e secondogenito di re Giorgio V, Bertie è afflitto dall’infanzia da una grave forma di balbuzie che gli aliena la considerazione del padre, il favore della corte e l’affetto del popolo inglese. Figlio di un padre anaffettivo e padre affettuoso di Elisabetta (futura Elisabetta II) e Margaret, Bertie è costretto suo malgrado a parlare in pubblico e dentro i microfoni della radio, medium di successo degli anni Trenta. Sostituito il corpo con la viva voce, il Duca di York deve rieducare la balbuzie, buttare fuori le parole e trovare una voce. Lo soccorrono la devozione di Lady Lyon, sua premurosa consorte, e le tecniche poco convenzionali di Lionel Logue, logopedista di origine australiana. Tra spasmi, rilassamenti muscolari, tempi di uscita e articolazioni più o meno perfette, Bertie scalzerà il fratello “regneggiante”, salirà al trono col nome di Giorgio VI e troverà la corretta fonazione dentro il suo discorso più bello. Quello che ispirerà la sua nazione guidandola contro la Germania nazista.
Dopo aver raccontato la storia della Rivoluzione americana in nove ore, dentro una mini-serie e attraverso gli occhi del secondo presidente degli States (John adams), Tom Hooper volge lo sguardo verso il vecchio continente, colto in tribolazione e alla vigilia del Secondo Conflitto Mondiale. Al centro del palcoscenico la cronaca del malinconico e addolorato Duca di York, figlio secondogenito dell’energico Giorgio V, inchiodato dalla balbuzie e da una complessata inferiorità di fronte allo spigliato fratello maggiore David. Crogiolo d’angoscia (im)medicabile e di squilibri emotivi sono quelle esitazioni, quei prolungamenti di suoni, quei continui blocchi silenti che impediscono a Bertie di esprimersi adeguatamente, ingenerando una sensazione di impotenza.
Il regista britannico si concentra sul vissuto interno del protagonista, rivelando le conseguenze emotive del disagio nel parlato ai tempi della radio e in assenza del visivo. Il discorso del re non si limita però a drammatizzare la stagione di vita più rilevante del nobile York e relaziona un profilo biografico di verità con un contesto storico drammatico e dentro l’Europa dei totalitarismi, prossima alle intemperanze strumentali e propagandistiche di Adolf Hitler. Non sfugge al re sensibile di Colin Firth e alla regia colta di Hooper l’abile oratoria del Führer, che intuì precocemente le strategie di negoziazione tra ascoltatore e (s)oggetto sonoro, il primo impegnato nel tentativo di ricostruire l’immagine della voce priva di corpo, il secondo istituendo un rapporto di credibilità se non addirittura di fede con la voce dall’altoparlante.
Se il mondo precipitava nell’abisso non era tempo di guardare al mondo con paura, soprattutto per un sovrano. Bertie, incoronato Giorgio VI, doveva ricucire dentro di sé il filo interrotto della relazione con l’altro, affrontando il suo popolo dietro al microfono e l’immaginario radiofonico. Fu un illuminato e poco allineato logopedista australiano a correggere il “mal di voce” di un re che voleva imporsi al silenzio. Lionel Logue sostituì col metodo il protocollo di corte, educando la balbuzie del suo blasonato allievo e incoraggiandolo a costruire la propria autostima, a riprendere il controllo della propria vita e a vincere prima la guerra con le parole e poi quella con le potenze dell’Asse.
A guadagnare la fluenza e a prendersi la parola è il ‘regale’ protagonista di Colin Firth, impeccabile nell’articolare legato, solenne nella riproposta plastico-fisica del suo sovrano e appropriato nell’interpretazione di un re che ‘ingessa’ emozioni e corporeità nel rispetto rigoroso della disciplina. Dietro al ‘re’ c’è l’incanto eccentrico di Geoffrey Rush, portatore di una “luccicanza” che brilla, rivelando la bellezza della musica (Shine) o quella di un uomo finalmente libero dalla paura di comunicare. Lunga vita al re (e al suo garbato precettore dell’eloquio).

Marzia Gandolfi (www.mymovies.it)

maggio 21, 2011 at 4:10 pm Lascia un commento

Okkerville River – I am very far ( cd – 2lp )

C’è un tempo per cercare di dominare le onde e un tempo per lasciarsi travolgere dalla corrente. Perdere il controllo, abbandonarsi alla piena: le acque del fiume Okkervil rompono gli argini, invadono terre, anime e corpi. “I Am Very Far” è un alluvione che spinge lontano, trascinando ogni cosa con sé: così lontano che, stavolta, Will Sheff e la sua ciurma sembrano smarrire la rotta di casa.
La densità prevale sulla misura, l’evocazione prevale sul racconto. “Lo scopo”, per usare le parole di Sheff, “era spingere la mia mente in posti dove non volevo andare”. Luoghi nascosti nel profondo di sé, al di là della soglia su cui vegliano le nere sagome raffigurate da Will Schaff in copertina. Come Orfeo oltre le porte degli inferi, senza mai voltarsi indietro.

Una certa grandeur è sempre stata nell’indole degli Okkervil River: basta pensare agli ambiziosi concept di Black Sheep Boy e della coppia The stage names / The stands ins Ma “I Am Very Far” vuole andare oltre: dilatare i confini, accrescere gli spazi. “Dopo gli ultimi dischi ero stanco della mia personale versione di musica accessibile”, spiega Sheff. “Volevo qualcosa che fosse solo per me stesso e non per gli altri”. L’imperativo è non porsi limiti, anche quando significa riunire in uno studio una “giant band” fatta di due batterie, due pianoforti, due bassi e sette chitarre, tutti a suonare insieme tra le stesse mura.
Il passo marziale di “The Valley” investe subito con il fragore dei suoi accenti, gonfiati da ritmiche tonanti e marcature orchestrali. Poi, la voce di Sheff scivola sul groove flessuoso di “Piratess”, lasciandosi tentare da inedite seduzioni soul. Dove prima dominava l’urgenza, ora si fa strada l’enfasi: il classico crescendo di “We Need A Myth” rimane gravato di ingombranti impalcature barocche, mentre la cavalcata alla New Pornographers di “Rider” suona come una “Our Life Is Not A Movie Or Maybe” sovraccarica di cori, chitarre, archi, tastiere e percussioni.

L’affrancamento dalla mano del produttore Brian Beattie (presente stavolta soltanto in un paio di episodi) sembra lasciare a Sheff e soci una libertà difficile da gestire: “Quando lavoravamo insieme a Brian, la maggior parte del tempo la passavamo a discutere… È stato eccitante avere la possibilità di fare tutto quello che volevamo”. Non manca la voglia di azzardare, insomma, come nell’assolo di “Piratess”, realizzato con il nastro di una cassetta in fast-forward. Eppure, è proprio al fianco di Beattie che “I Am Very Far” riesce a trovare il suo momento più acuto, quando i fiati tornano a disegnare in controluce l’intreccio di tradimento e fedeltà di “Hanging From A Hit”, con un contorno di cori dal romanticismo coheniano.
Nonostante tutto, però, i punti di riferimento degli Okkervil River non cambiano: c’è sempre la concitazione degli Arcade Fire nel pop sinuoso di “Your Past Life As A Blast” o nel connubio di tastiere incalzanti e accumuli di percussioni di “White Shadow Waltz”; e c’è sempre la magniloquenza dei Bright Eyes (era Cassadaga) nella declamazione stentorea del singolo “Wake And Be Fine” o nell’attacco veemente di “The Valley”. Il fatto è che, quando i toni si fanno meno invadenti, anche la scrittura sembra rivelare di aver perso qualcosa rispetto alla consueta solidità, come nelle sfumature di “Show Yourself” o tra i flauti pastorali di “Lay Of The Last Survivor”.

“Volevo tornare a casa e ricominciare a scrivere da capo, come se non avessi mai scritto una canzone prima”, racconta Sheff. Il taglio dei vecchi dischi, ai suoi occhi, appare come un’impietosa messa a nudo, “un’autopsia sotto le luci fluorescenti”. Ed è proprio questo il rischio che vuole evitare: “Ho tentato di rifiutare l’idea di scrivere in maniera cerebrale, per cercare di scrivere in maniera intuitiva o emozionale”. Così, per mettere mano ai brani del nuovo album (in origine più di trenta, a quanto pare), Sheff si è ritirato nel mezzo della campagna del New Hampshire, tra le vecchie stanze della casa dei nonni. Un luogo popolato dai fantasmi dell’infanzia, che si affacciano tra le pieghe delle canzoni come presenze impalpabili.
È il rosso del sangue a tingere i versi di “I Am Very Far”: sangue su lame assassine, sangue come eco del destino. Violenza e passione, forze che sovrastano qualsiasi illusione di controllo. “Press your ear up to my wrist”, invoca Sheff in “Your Past Life As A Blast”, “The blood is racing someway, going wherever”. In che direzione scorre il nostro sangue? In che direzione si muovono i nostri passi? È una strada quello di cui avremmo bisogno, come proclama il manifesto di “We Need A Myth”, non l’ombra di un mito fatto per svanire sulle rive del Lete: “We need a path through the mist / Like in our beds we were just kids / Like what was said by our parents”. Sarebbe come ritrovare una voce sicura, una voce in cui poter riporre fiducia senza riserve.

Gabriele Benzing (www.ondarock.it)

maggio 21, 2011 at 10:47 am Lascia un commento


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