Josh T. Pearson – Last of the country gentlemen ( cd – 2lp )

aprile 1, 2011 at 9:21 am Lascia un commento

Immaginatevi di essere tra quelle migliaia di persone che assistettero, il 20 ottobre 1968, al primo salto “alla Fosbury” dell’atleta statunitense. Le grandi falcate, che disegnano l’arco della rincorsa, e l’improvviso balzo all’indietro: viene naturale protendersi sgranando gli occhi, mentre Fosbury supera agilmente l’asticella. Certo, la musica non c’entra niente con la corsa al record, nessuno potrà mai misurare “obiettivamente” dove si trovi il “limite umano”, né assoluto, né relativo. Probabilmente non interessa davvero saperlo.
Eppure, con questo “Last Of The Country Gentlemen“, si ha la sensazione che l’asticella si sia veramente alzata, che un nuovo standard sia stato raggiunto, almeno rispetto agli anni che precedono il disco. E, forse, c’è più di questa semplice analogia a legare le imprese sportive di Fosbury a quelle musicali di Josh T. Pearson, se si pensa a quel gesto, a quel salto cieco verso l’alto, che, nella sua incoscienza, comporterebbe uno scherno ancora maggiore nel caso dovesse fallire.

Il segreto risiede nella capacità propriocettiva di avvertire la posizione del proprio corpo nello spazio, e Pearson ha sviluppato questo “senso” nella sua lunga carriera, che si può facilmente definire priva di compromessi. “Last Of The Country Gentlemen” è, infatti, il suo esordio, o meglio il suo primo disco da quando la band di cui faceva parte (i Lift To Experience, oggetto di culto soprattutto in Europa, nati nella chiesa in cui predicava il padre di Josh e dalle curiose ascendenze shoegaze) si sciolse, ormai dieci anni fa, dopo aver dato alle stampe il misconosciuto “The Texas-Jerusalem Crossroads”, impegnativo doppio album ambientato in una post-apocalisse spirituale nei deserti texani, improvvisamente trasformati in paradiso terrestre.
Si intuisce insomma quale sia la portata degli sforzi prettamente umani che Pearson convoglia nella produzione di un disco, e “Last Of The Country Gentlemen” non è certo da meno. Registrato nell’arco di due giorni in uno studio amatoriale di Berlino, il disco contiene l’intenso – anzi, straziante – resoconto del dramma di non riuscire ad aiutare una persona amata (“Sweetheart, I Ain’t Your Christ”), in pieno smarrimento esistenziale, tra l’impossibilità della coesistenza e lo struggimento della solitudine (la vertiginosa antifona di “Thou Are Loosed”).

Nelle terse spoliazioni del cantautore texano, spesso tracimanti in lunghe, potenti ruminazioni (quattro delle sette tracce superano i dieci minuti), si rimane avvinghiati, con la sensazione di un momento crescente che si torce, all’interno (“Sorry With A Song” su tutte); a poco a poco si partecipa alle faticose enunciazioni di Pearson, accompagnandolo in questo lungo, agonizzante parto emotivo, in grado di prostrarlo al punto di aver bisogno di due settimane di completo riposo dopo il termine delle registrazioni.
Una confessione solitaria, forse inaudita dai capolavori di Cohen, “Songs Of Love And Hate” in particolare, o da “Pink Moon“, smussata solo dal violino di Warren Ellis, unico orpello che Pearson si concede, venendo a patti col proprio ascetismo in nome di un’amicizia cresciuta sul palco, avendo Josh accompagnato i Dirty Three nei loro ultimi tour. “Honeymoon’s Great: Wish You Were Here” si trasforma, così, in un ritratto spirituale di proporzioni mitiche, in cui il fingerpicking “lapidario”, imponente, del cantautore texano (che richiama la scarna “devozionalità” di Tyson Vogel) pare prima sondare con fare inquisitorio i movimenti d’archetto di Ellis, per poi lasciarlo comporre un immenso panorama di riconciliazione universale. Un duetto riproposto nella splendida “Country Dumb”, col suo incipit killer (“I come from a long line in history/ of dreamers”) e la relativa linearità che la contraddistingue nel disco, mostrando un’apertura fino a quel punto mai assaporata, un lenitivo slancio di fede.

Non un disco per tutte le occasioni, né per tutti gli umori, ma che certamente si pone l’ambizioso obiettivo di trascendere la produzione attuale, rompendone gli schemi non in nome di un ipotetico e questionabile “progresso” – sonoro o, più in generale, espressivo – ma, più semplicemente, tornando a un concetto intransigente di espressione musicale e artistica, quello di chi si preoccupa prima di tutto della necessità di avere qualcosa da dire.

Lorenzo Righetto (www.ondarock.it)

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