Dustin O’Halloran – Lumiere ( cd – lp )

marzo 30, 2011 at 5:00 pm Lascia un commento

Mentre la sua ex-sodale Sara Lov si è ormai ben avviata verso una carriera solista di interprete raffinata e sognante, Dustin O’Halloran, metà più timida e umbratile dei Devics, si è integralmente dedicato al suo pianoforte, trasformandosi in compositore di colonne sonore (“Marie Antoniette”, “An American Affair”) e autore di minimali piéce neoclassiche, raccolte in due volumi di “Piano Solos” e nell’album dal vivo “Vorleben”, pubblicato lo scorso anno dalla berlinese Sonic Pieces.

Se in questa sua terza fatica in studio il rigore formale e l’essenzialità espressiva che avevano caratterizzato tutti i suoi lavori restano immutati, “Lumiere” segna la sostanziale rottura dell’isolamento creativo dell’artista americano, che apre la sua musica introducendovi nuovi elementi, aprendo nel contempo la sua ispirazione a collaborazioni di altissimo profilo. Scorrendo le note di copertina del disco si leggono infatti i nomi di Adam Wiltzie degli Stars of the Lid alla chitarra e di Peter Brodferick al violino, accanto a quelli dell’ensemble di musica contemporanea ACME (già all’opera con Max RichterMatmos Grizzly Bear) e di Johann Johannsson in sede di missaggio. Insomma, un vero e proprio incontro di cervelli e sensibilità, per un album che non tradisce la scarna essenza delle composizioni di O’Halloran, arricchendola invece di un’aura orchestrale, al cui interno le note del suo pianoforte continuano a riecheggiare in cadenze solenni e sospensioni ovattate.

Di tutta evidenza più elaborato rispetto ai solos, “Lumiere” passa in rassegna le diverse nuance di una luce al tempo stesso diafana e calda, attraverso la quale si scorgono esili particelle aeree fluttuanti su timide screziature, field recordings e rumori meccanici, che donano ai brani un senso di antico, ammantandoli di una patina polverosa ma serena (si veda in particolare la narcolettica “Opus 44”). Confinando gli accenni di romanticismo quasi esclusivamente alle più serrate frequenze pianistiche di “We Move Lightly” (in odor di Eluvium) e alle delicate gocce di rugiada di “Fragile n. 4”, nel corso del lavoro O’Halloran mette in mostra le sue qualità di compositore misurato, razionale ma niente affatto artificioso, particolarmente evidenti quando destina la sua musica a organici ensemble da camera, nei quali persino il suo inseparabile pianoforte si ritrae in secondo piano. Prova evidente ne sono il quartetto e il quintetto collocati nel cuore dell’album – e strategicamente intervallati dalle dense stratificazioni richteriane di “Opus 43” – che vibrano sinuose sulle corde degli archi, elevati in primo piano in florilegi che giocano con il silenzio, offrendo scorci di una bellezza incorporea e austera.

Si tratta, tuttavia, di un’austerità estremamente plastica dal punto di vista armonico e tutt’altro che algida da quello delle sfumature emotive, se è vero che il sapiente dosaggio degli interstizi tra le note lascia aleggiare nell’aria suggestioni sfuggenti – che spaziano dal germogliare neoclassico di “We Move Lightly” al diradamento goticheggiante di “Opus 55” – perfettamente coerenti con le atmosfere evocate dai titoli dei pochi brani che ne sono provvisti, oltre che da quello dello stesso disco. Dall’angosciosa distanza di “A Great Divide” al sogno ovattato di “Snow + Light” è infatti tutto un succedersi di aggraziati giochi di luce e penombre soffuse, da fermare nel tempo per condividerle nell’intimità, assaporando con stordito rapimento le ultime delizie della stagione fredda.
Ben al di là di qualsiasi asettica considerazione sulla ricercata semplicità della formula compositiva e realizzativa, “Lumiere” rappresenta la compiuta testimonianza della raffinatezza di un autore che ha trovato ideale complemento alla pensosa magia del suo minimalismo pianistico in questa rinnovata dimensione cameristica che, a patto di non soffermarsi soltanto sulla sua superficiale linearità, potrà dischiudere sentimenti intensi e incondizionati.

Raffaello Russo (www.ondarock.it)

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