Radiohead – The king of limbs ( cd – lp )

marzo 28, 2011 at 6:09 pm Lascia un commento

Ormai ci hanno preso gusto: annunciare il disco in extremis, con modalità di acquisto del tutto particolari rispetto alla normalità. Si diceva che il seguito di “In Rainbows” avrebbe avuto un afflato orchestrale. E, a sentirlo bene, forse i rumors c’avevano preso, secondo tuttavia una prospettiva differente, riferita cioè a un concetto di orchestralità legato alle nuove declinazioni musicali.
Il quintetto, nel suo ottavo disco, intraprende una via non scontata né banale, che arricchisce la sua discografia di un lavoro ancora una volta differente rispetto ai precedenti. Non è un lavoro pop, non è elettronica, non è rock. Che cos’è, dunque, “The King Of Limbs“? È una via di mezzo di tutto, un mix nel quale possono rintracciarsi i Radiohead di sempre, seppur nel contesto di un gioco di ombre che rende questo disco forse il più misterioso e difficilmente inquadrabile della loro storia.

In un certo senso, in cuffia, “The King Of Limbs” è forse il disco che ci aspettava. Rimane poco della bellezza pop del disco precedente, qui si osa di più. Il sound è compatto e monolitico come non mai, senza tuttavia mancare volta per volta di variazioni sul tema. Perfetto incrocio tra la freddezza di “Kid A” e le languide scie di “Amnesiac“,  “The King Of Limbs” offre una sorta di rivistazione dell’uno-due di inizio decennio. Uno stile inconfondibile, nel quale fanno capolino da un lato cornici elettroniche (file underFour Tet) e dall’altro personalissime e addolcite declinazioni dubstep (file underFlying Lotus).

La marcetta iniziale “Bloom” racchiude perfettamente il senso dell’album: in bilico tra frastagliate linee ritmiche, superficiale freddezza e aperture alla Bjork di “Debut” e “Homogenic“. Il canto sinuoso di Yorke al solito si pone da contraltare rispetto alla struttura, creando un perfetto incrocio tra calore e distacco.
E se il frenetico incedere di “Morning Mr. Magpie” sembra uscito dalle outtake di “The Eraser“, i primi istanti di “Little By Little“, in quota “Half to the Thief“, parlano il verbo dei Portishead, col canto che si fa lamentoso e strozzato. “Feral“, più di ogni altra, porta alla memoria “Kid A“, tra schegge ritmiche impazzite, improvvisi stop e conseguenti accelerazioni, in un moto non distante dal Four Tet più vivido. Fino a qui emerge una grande omogeneità, sotto la quale si nascondono soluzioni non facilmente catturabili a un primo ascolto.
Il singolo “Lotus Flower“, giocato su beat serrato, organo e stupende linee vocali (che si riscaldano nel “ritornello”) segna lo spartiacque del disco. Da qui è una discesa nel miele più dolce. “Codex” è episodio per piano, echi lontani e un senso di avvolgimento e calore che sfiora la perfezione, “Give Up The Ghost” è un’incantevole nenia per fiati e sovrapposizioni vocali in un incastro dolcissimo e celestiale. La conclusiva “Separator” richiama alla memoria il passo felpato di “House Of Cards“, con un crescendo velatamente psichedelico.

Un disco breve – trentasette minuti – ma densissimo, forse il più introspettivo, difficile e granitico della loro storia.
Se la musica fosse matematica, i Radiohead sarebbero sempre un gioco a somma positiva.

Alberto Asquini (www.ondarock.it)

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