Archive for marzo 12, 2011

Lucinda Williams – Blessed ( cd – 2cd – 2cd+lp )

Con dieci album all’attivo Lucinda Williams si conferma la cantautrice più ispirata del rock americano degli ultimi anni, una songwriter dell’anima, una cantante del cuore ed una rockeuse dei sensi arrivata con Blessed a fondere perfettamente i due distinti aspetti della sua poetica rock, quello delle ballate malinconiche e crepuscolari, spesso scritte sull’onda di forti emozioni scatenate da lutti e perdite e quello di un rock n’ roll ruvido e liberatorio, costruito sullo stridore delle chitarre per esorcizzare ed allontanare demoni e tristezze. Blessed non è innovativo come West, uno dei magnifici titoli del suo catalogo e nemmeno rocknrollistico come il precedente Little Honey del 2009 ma è un gioiello di equilibrio e belle canzoni, alcune tra le migliori mai scritte dalla Williams. E’ un disco dove saggezza ed esperienza riescono a bilanciare riflessione e rabbia, istinto e ragione, requiem e speranza offrendo una cantautrice appagata affettivamente e lucida nell’affrontare le cose che la circondano. Non è un happy album Blessed ma piuttosto il racconto di dodici short stories di ordinaria e non sempre facile esistenza che portano l’ascoltatore a condividere emozioni e dubbi. Ascoltare un disco di Lucinda Williams è in genere un’esperienza intensa e Blessed non si discosta da ciò perché le sue canzoni non danno la possibilità di distrarsi, non ci sono pause emotive perché tutto qui suona improcrastinabile, irrimandabile anche per pochi minuti, come se la perdita di alcune strofe e note compromettesse il senso generale.
Si comincia col brusco tempo rock di Buttercup e si capisce che l’inserimento in produzione di Don Was a fianco del marito della Williams Tom Overby e di Eric Lilijestrand non può che migliorare il lavoro di Little Honey. Così è e lo spettro dei dolori e delle vie di salvezza che la Williams offre con le sue ballate sull’orlo dell’abisso cantate con quella voce che ti morde il cuore e non ti lascia respirare è risolto in brani dai suoni perfettamente centellinati che hanno un potere comunicativo enorme.
Il tour guidato nelle scure nubi dell’esistenza comincia con il soffocato blues di To Be Loved ma non c’è angoscia perché la speranza serpeggia più che in passato e quando un pianoforte autunnale e la lap steel musicano lo struggente lamento folkie di Copenhagen sulla morte del manager della Williams, più che un nodo alla gola viene fuori una dolcezza intima quasi consolatoria. E’ il primo requiem di un rock degli abbandoni che raggiunge vette tibetane in Seeing Black una rasoiata elettrica semplicemente memorabile che vede Elvis Costello menare fendenti con la chitarra mentre un Hammond da antologia incede sacrale sulla rabbia e l’impotenza scatenate dal suicidio dell’amico Vic Chestnutt. Un monumentale rock n’roll dall’effetto devastante, degno compagno della canzone-titolo, una ballad che nasce lenta e sonnolenta con la voce esangue della Williams e poi gradatamente si impenna nei volumi per esplodere in un’ apoteosi, con la chitarra (lo splendido Val McCallum), il pianoforte e la sezione ritmica che orchestrano uno dei momenti più esaltanti dell’intero catalogo dell’autrice.
Se questo è lo zenith del disco ci sono però stelle altrettanto luminose, come Convince Me, altra ballata che predica acustico e razzola elettrico con la svolazzante chitarra di McCallum, come Ugly Truth che rimanda al pessimismo di Essence e come la tenue e sbigottita Solider’s Song dove si racconta la tragica storia di un soldato in guerra oltreoceano e la moglie e il figlio lontani. E ancora Kiss Like Your Kiss che gorgheggia fragile una bellezza cristallina da primi colori dell’alba, Sweet Love semplice e pura come il titolo e The Awakening sussurro notturno costruito sulle tastiere straziato nel finale dalle acidità chitarristiche di Val Mc Callum, degno sostituto dell’indimenticabile Doug Pettibone.

Ballate e rock n’roll, riflessione e ruvidume chitarristico, Blessed è un’altra imprescindibile tappa di una evoluzione che non conosce passi falsi. Splendida Williams.

Mauro Zambellini (http://zambosplace.blogspot.com/)

marzo 12, 2011 at 6:12 PM 1 commento

Porco Rosso di Hayao Miyazaki ( dvd )

Italia, periodo tra le due guerre mondiali. Un misterioso pilota di aerei dalle sembianze di maiale, detto Porco Rosso, è il terrore dei pirati del Mare Adriatico, almeno finché questi non si affidano all’americano Curtis, avventuriero spavaldo che sfida Porco Rosso a duello.
Quello che a prima vista potrebbe apparire come uno dei lavori più scanzonati del maestro dell’anime giapponese, come fosse girato per ingannare il tempo tra un’epopea e l’altra, è al contrario la perfetta cartina di tornasole per cogliere alcuni temi portanti della poetica di Miyazaki. Sotto le vesti del divertissement, infatti, ecco spuntare il lato più politico e libertario del regista nipponico, incarnato nell’anarchico escapismo di Porco Rosso, eroe senza tetto né legge, solitario come un ronin errante, che rifiuta ogni forma di omologazione. Su tutte quella fascista del regime che avanza, infestando la (sua) bella Italia (“meglio porco che fascista” è una delle frasi-cardine del film) e fagocitandone le diversità.
La scelta di ambientare la vicenda tra le schermaglie aeree di piloti e pirati – entrambe creature estraniate dalla società e che rispondono a un codice d’onore a parte – la dice lunga su come Miyazaki scelga il ruolo di osservatore distaccato ma non imbelle di fronte a una realtà che non gli appartiene. “Sono sempre i buoni a morire”, va ripetendo l’eroe dai tratti suini, ribadendo il sostanziale pessimismo nei confronti di una società che sceglie di prostituire la sua bellezza e di asservirsi al potere. L’Italia ideale su cui Porco Rosso ama svolazzare, quella assolata dell’hotel Adriano, delle dame eleganti e delle folle festanti, dopotutto è anche il paese capace di dar vita al mostro del totalitarismo, diffondendo il germe che inquinerà irreparabilmente il XX secolo.
Che si tratti di Italia degli anni ’20 o di un Giappone contaminato dal fantasy, Miyazaki riesce al solito a veicolare il suo messaggio senza appesantire la narrazione: ritorna il consueto topos della ragazza che sceglie il lavoro, senza sottrarsi alla fatica, per emanciparsi socialmente e contribuire con qualcosa di concreto alla causa in cui crede. Pur scegliendo un approccio visivamente quasi dimesso, senza ricorrere alle immagini flamboyant di una Nausicaa della valle del vento o de La città incantata, quella che Miyazaki ci regala è una pagina tutt’altro che minore del grande libro delle sue visioni, in grado di stupire al pari di quanto sanno insegnare.

Emanuele Sacchi (www.mymovies.it)

marzo 12, 2011 at 11:16 am 1 commento


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