Mogwai – Hardcore will never die, but you will ( 2cd – 2lp )

febbraio 19, 2011 at 11:58 am Lascia un commento

Al settimo album, e con alle spalle quasi tre lustri di onorata carriera, dai Mogwai si sa ormai abbastanza bene cosa attendersi in occasione di ogni loro nuovo lavoro.
Eppure, lungi da una prevedibile ripetizione di se stessa, disco dopo disco la band scozzese continua a offrire prodotti dagli standard qualitativi elevati, introducendo nel contempo piccoli elementi di variazione su un suono il cui stabile consolidamento non fa rima con stereotipi troppo facilmente invalsi nel calderone musicale al quale è stato ascritto nel corso degli anni, più o meno a ragione.

Ritrovare i Mogwai nel 2011, e con un album che nel titolo (geniale!) reca il termine hardcore, non può infatti che rafforzare gli interrogativi già balenati in un recente passato circa l’adeguatezza dell’etichetta post-rock per un intero percorso artistico invero contrassegnato da ascendenze e sviluppi alquanto originali e autonomi. In maniera non dissimile dal precedente “The hawk is howling“, anche nel nuovo “Hardcore Will Never Die, But You Will” non mancano i momenti di sferragliante ispessimento dell’impatto chitarristico (“Rano Pano” potrebbe essere la naturale evoluzione di “Batcat”), così come rapide incursioni nel passato della band, attraverso echi che, di volta in volta, evocano i ricordi di “Happy songs for happy people“, del capolavoro “Come On Die Young” o persino delle torsioni giovanili di “Ten Rapid” (a proposito, dietro il mixer è tornato proprio un certo Paul Savage…).
Sta tuttavia di fatto che, in quest’ultima fatica dei cresciuti ragazzi di Glasgow, ben poco si riscontra di quelle scontate dinamiche soft/loud in nome delle quali un orecchio distratto (o peggio prevenuto) potrebbe frettolosamente liquidare un disco per il solo fatto di essere pubblicato a nome Mogwai.

“Hardcore Will Never Die, But You Will” non si può infatti classificare come “post-” e nemmeno come… hardcore; piuttosto, è un lavoro nel quale la band scozzese passa in rassegna varie sfaccettature della propria declinazione di un rock in un certo senso “classico”, ancorché ampiamente innestato di elementi caratteristici del proprio suono, dalle saturazioni di feedback alle pulsazioni elettroniche, dalle cadenze cinematiche alle incandescenti fughe psichedeliche.
Semplificando al massimo, lungo i cinquantatré minuti del disco, possono riscontrarsi tre direttrici principali, costituite dalla ricerca di un impatto sonoro granitico, da un’acidità electro-punk di sapore decisamente vintage e dalla persistente costruzione di un descrittivismo romantico, ancora una volta affidato ad arrangiamenti morbidi e al pianoforte di Barry Burns. La prima si percepisce da subito nel battito incalzante e nelle chitarre abrasive di “White Noise”, così come nelle linee ritmiche nervose di “San Pedro” e soprattutto nella lunga sbornia elettrica della conclusiva “You’re Lionel Richie”; la seconda introduce una sorta di psichedelia di poche note e un motorikautostradale” su “Mexican Grand Prix” e sulla densissima “George Square Thatcher Death Party”, entrambe contrassegnate da filtraggi vocali che le speziano di un vago gusto anni 80. Ma è nella terza linea portante dell’album che, al di là delle succitate graduali variazioni sul tema, riaffiorano modalità più abituali, ma non per questo affatto scontate, poiché i Mogwai mostrano per l’ennesima volta di sapere il fatto loro anche nel confezionare attraverso rotonde propulsioni ad alta velocità un brano tutto sommato “canonico” come “Death Rays” o nell’abbandonarsi ai languori pianistici di “Letters To The Metro” e alla solenne intensità emotiva di “Too Raging To Cheers”.

Benché dunque nel corso del disco un impatto quasi sfrontato continui ad alternarsi con momenti relativamente più placidi, il sound risulta sempre molto corposo e avanza secondo un andamento fluido, che supera di slancio la necessità di strappi repentini, impressionando piuttosto per densità e sobrietà compositiva. Insomma, come spesso capita per band dallo stile fortemente caratterizzato, anche “Hardcore Will Never Die, But You Will” potrà essere scambiato per il “solito album dei Mogwai” ma, appena al di sotto della superficie, un ascolto approfondito rivelerà il perdurante stato di salute di una band che, se non altro, dimostra di avviarsi verso un ottimo invecchiamento.

Raffaello Russo (www.ondarock.it)

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