Adele – 21 ( cd – lp )

febbraio 8, 2011 at 5:00 pm 1 commento

Adele Laurie Blue Adkins, nata a Londra ventidue anni fa, è già riuscita a incantare un vasto pubblico in tutta Europa grazie a una voce graffiante e a una manciata di brani ben scritti – uno su tutti il singolo “Chasing Pavements”, che porta la firma dell’ex-Brother Beyond Eg White, che si fece apprezzare non più di vent’anni fa con il sofisticato “24 Years Of Hunger” (un ottimo album registrato con l’ex-campionessa di BMX Alice Temple, ormai da tempo fuori catalogo, che raccolse critiche entusiastiche) e in seguito con una serie impressionante di successi pop scritti per altri artisti (si va da “You Give Me Something” di James Morrison a “Shiver” di Natalie Imbruglia, senza dimenticare la hit “Warwick Avenue” di Duffy). Di lei si sono accorti anche oltreoceano, grazie ad una fortunata apparizione televisiva in una puntata di “Saturday Night Live” nella quale era presente anche Sarah Palin. Sebbene il rischio di confondersi nel mare magnum delle tante, forse troppe emule di Amy Winehouse fosse dietro l’angolo, l’album di debutto “19” ha fatto intravedere (nonostante qualche lungaggine, forse inevitabile in un’opera prima) un buon talento ed una personalità più convincente della media. La giovane artista si è aggiudicata due Grammy Awards (“Best New Artist” e “Best Female Pop Vocal Performance”) nel 2009, e una sua interessante cover di “Make You Feel My Love” di Bob Dylan nel frattempo s’è confermata una karaoke favourite nella natia Gran Bretagna.

Inizialmente Adele ha temuto un calo d’ispirazione (“di cosa scriverò”, si è chiesta, “di camere d’albergo?”) ma, complici la fine di una relazione importante e la presenza di validi professionisti che le hanno dato una mano a comporre, è arrivato “21” – il titolo, come nel caso del primo album, rispecchia l’età in cui l’autrice inglese ha scritto gran parte dei brani. Conosciuto per aver prodotto dischi per artisti assai diversi tra loro, dai Red Hot Chili Pepper a Mick Jagger, passando per l’ultimo Johnny CashGossip fino al crossover pop-lirico di Josh Groban, Rick Rubin ha prodotto quattro canzoni. In “Don’t You Remember” confeziona un arrangiamento in linea con il country contemporaneo (quello di John Michael Montgomery e della prima Shania Twain) mentre “He Won’t Go”, che comincia con un seducente intreccio tra pianoforte e percussioni, progredisce e si rivela un episodio degno della Mary J. Blige più in forma – ed uno tra i migliori del disco.
Dopo le venature blues di “One And Only”, più incerto sembra invece il risultato di “Lovesong”. Non è certo la prima volta in cui un brano dei Cure viene stravolto – già ci pensarono Paul Anka (che ha riletto a modo suo “The Lovecats”) e Katie Melua (con un languido remake di “Just Like Heaven”), ma l’interpretazione lounge del celebre singolo tratto dall’album “Disintegration” la trascina nello stesso territorio dei Nouvelle Vague.

Eg White torna per l’ottima “Take It All”. L’interpretazione è onesta, nervosa, magistrale nel turbine di emozioni che suscita e sobria nel suo essenziale arrangiamento, con un piano e un coro in grado di conferire al ritornello una notevole intensità. Adele sa toccare le corde giuste anche nell’irresistibile “Rolling In The Deep”, un soul dagli occhi azzurri come non se ne sentivano da tempo – dotato di carattere, grinta e di un testo che trasuda risentimento ma anche tanta voglia di affrontare la vita a testa alta dopo una delusione e voltare pagina. Le ferite stentano ancora a rimarginarsi e lo dimostra “Set Fire To The Rain” (“le mie mani erano forti ma le mie ginocchia troppo deboli per stare tra le tue braccia senza cadere ai tuoi piedi”), firmata insieme al collaboratore dei Keane Fraser T. Smith. Molte e variegate sono le fonti d’ispirazione citate dalla Adkins nelle interviste finora concesse (da Kayne West Tom Waits), ma è indubbio il clima da “British Invasion” che si respira nella spigolosa “Rumour Has It”. Altre due canzoni che potrebbero spopolare in futuro nei network sono l’evocativa e sofferta “Turning Tables” e il gran finale di “Someone Like You” – già presentata a “Later Live With Jools Holland”.

“21” è un disco corposo, arrabbiato ma non privo di momenti ironici e sprazzi di luce. La nostra piccola donna è cresciuta e qui si dimostra molto più sicura di sé, regalandoci interpretazioni che convincono sempre di più (se proprio si vuole muovere una critica, poteva essere tranquillamente evitato l’AutoTune – del quale per fortuna è stato fatto un uso parco…). La proposta è variegata quanto basta e l’interesse resta costante per l’intera durata dell’album. Adele non è un bluff, e qui dentro ci sono le migliori canzoni che Alison Moyet non registra da un decennio, prodotte senza esagerare con gli orpelli. Non è necessario avere cinque ottave d’estensione vocale per impressionare, né serve per forza inventare un nuovo genere musicale per stupire con un lavoro che, tra pop e sano rhythm ‘n’ blues, è la perfetta vetrina per un’artista che non si è affatto adagiata sugli allori – e che certamente renderà molto anche nei prossimi appuntamenti dal vivo.

Alessandro Liccardo (www.ondarock.it)

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  • 1. Leon  |  febbraio 18, 2013 alle 5:02 am

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