La ballata di Narayama di Shohei Imamura ( dvd )

dicembre 6, 2010 at 5:30 pm Lascia un commento

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Un anello, un cerchio, questo è La ballata di Narayama. Inizio e fine si confondono. Uno viene dall’altra. Questa torna a quello. Un serpente addormentato e avvolto ad anello apre e chiude il film. Un anello sono le stagioni: si inseguono e ritrovano se stesse. Mutano i colori, dai verdi brillanti all’esplosione degli ori, dai rossi e dai bruni all’immobilità del bianco. La vita corre per un sentiero eterno, che non porta in nessun luogo. E nel cerchio si agitano gli uomini, prima di avviarsi alla montagna del dio. Le generazioni seguono le generazioni. Ripetono gesti, amori, passioni. Tutto poi torna a Narayama, inizio e fine, serpente inanellato. Di rado il cinema è stato così vicino alla condizione umana. L’eterno anello con Imamura Shohei diventa immagine. Terribile e grandiosa. Non c’è posto per compiacimenti o per vie di fuga. Il film non conosce né speranze né disperazioni. Ha la crudele neutralità dei fatti. Gli uomini, gli insetti, i fiori, tutto quel che vive obbedisce a un’identica legge: necessità. Essa spinge all’amore e alla violenza, alla fatica e ai figli. E non c’è scopo, se non quello del ciclico addormentarsi e risvegliarsi del serpente. La vita è solo una parte, caduca e minima, della realtà. La morte è solo un aspetto della vita, una sua ancor più piccola parte. Questa visione del mondo potrebbe essere di un dio, beato nella propria indifferenza. Ma se sono gli occhi di un uomo a scoprirla, allora l’indifferenza può diventare sgomento. Come quando il risveglio non ci libera di un sogno terribile. La vecchia Orin e il figlio Tatsuhei hanno entrambi questa visione, ma reagiscono in modi opposti. Orin sta al gioco. Divinizza e rende sacro l’assurdo anello. Lo scopo della vita individuale è la vita del genere. Lo scopo della sofferenza del singolo è la felicità o anche solo la sicurezza della comunità. Dovere di ognuno è fare la propria parte, osservare le regole, adeguarsi alla necessità. “Per salvare la vita – dice al figlio -, puoi anche volere la morte”. La vita, del resto, è un reiterato assassinio. Imamura lo dice senza attenuarne la ferocia. Uccidono gli insetti, uccidono i serpenti, uccidono gli uomini. l’importante, per Orin, è che ogni morte consenta alla vita (che resta) di continuare, di superare l’inverno e riesplodere in primavera. La morale, le leggi, la cultura degli uomini sono una strategia di sopravvivenza, un metodo e una via per salvare la vita, ricorrendo spesso alla morte. Per Orin, andare a Narayama significa stare a questo gioco, fino in fondo. Chissà se davvero il dio della montagna un giorno le farà incontrare di nuovo i figli, le nuore, i nipoti, i vecchi amici? Questo Orin spera. Ma di una cosa è completamente sicura: l’inverno deve morire, perché la primavera rinasca. Sarà un’altra primavera, la primavera di altri. Orin non se ne spaventa. La sera prima del viaggio per Narayama può ben piantare semi. I frutti verranno in un tempo a lei estraneo: così vuole il gioco, l’eterno anello indifferente. Tatsuhei non riesce a divinizzare la necessità. Il gioco gli appare assurdo. La morale, le leggi, la cultura per lui restano crudeli. È la vita dell’individuo il valore massimo, non quella del genere. La comunità non può difendersi a spese della felicità o della sopravvivenza del singolo. L’assassinio non è riscattato da nulla. Con fatica, con pietà, accompagna la madre a Narayama, luogo fisico della morte. Il mito vuole che il dio aspetti ognuno sulla vetta. Ma la saggezza della comunità sa che è solo un’estrema, patetica illusione. Molto prima della vetta, generazioni e generazioni sono morte di freddo e di fame. Come può Tatsuhei accettare questa necessità spaventosa? Non riesce a divinizzarla. Può sperare che il dio di Narayama sia buono, e mandi la neve ad abbreviare l’agonia. Nulla più. Che cosa è più umano? Accettare la necessità e sottomettersi eroicamente? Oppure rifiutarla? Essere crudele per difendere la vita? Oppure dar corso alla pietà ? Domande che non hanno senso per un dio, spettatore lontano e beato. Qualunque risposta, infatti, precipita nell’eterna indifferenza del serpente inanellato. Ma hanno senso per un uomo. Forse, più umano non è né sottomettersi né sottrarsi alla necessità. Più umano, forse, è fare come Tatsuhei: sentire l’assurdo, indignarsi, anche se, in fondo, nulla può essere mutato. Dall’indignazione viene la rivolta, quella dell’eroico, caparbio Sisifo di Albert Camus. Narayama resta l’ultima meta, ma lungo la strada il viaggiatore è meno solo. Con sé ha almeno il senso d’essere vivo, ancora.
Da Il Sole 24 Ore, 22 Giugno 1986

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