Janelle Monae – Archandroid ( cd – lp )

dicembre 3, 2010 at 7:25 pm Lascia un commento

“Where were you in ’85?”. Janelle nasce nel 1985, ad oggi segna 25 anni e due dischi compreso quello di cui leggete in questo istante la recensione. Janelle nasce con il destino segnato di chi – come tante prima di lei – ha le pelle nera, il sangue rosso e il cervello impegnato in una continua messa black. Apriti cielo, prendiamo James Brown, Isaac HayesMarvin Gaye, prendiamo i Funkadelic e anche scavando più indietro l’immensa Ella Fitzgerald e la regina Aretha. Scappiamo avanti decenni per Sade prima ed Erykah Badu poi, sorvoliamoli questi decenni di musica black, dai blues del delta fino alla techno di Detroit e in mezzo r&b, funk, soul, fascinazioni sci-fi, house, morte, resurrezione. “The ArchAndroid” parte dalla copertina suggerendoti cosa Janelle voglia essere, per prenderti per mano e renderti pacifico, in sintonia con gli africanismi, i mantra e le fughe art.
Janelle a 25 anni vuole essere già regina e non usa mezzi termini per arrivare alla vetta, raggiunta allestendo un vero e proprio musical i cui atti oltrepassano convenzioni e mutazioni stilistiche con la destrezza del fenomeno atteso da eoni.
 
Ma è il divario camaleontico che contraddistingue i singoli momenti a destare quel clamore che proprio non t’aspetti. Janelle ricama con precisione androgina ogni dettaglio, alimentando il suo immaginario fatto di ambientazioni retro futuriste à-la James Bond e tentazioni noir. Le chitarrine sincronizzate di volta in volta in un mosaico poppy, irto di letizia funky (“Dance Or Die“, “Faster“), sguazzano leggiadre. La stellina del Kansas non ammette tregua. E l’imprevedibilità del groove segna a ogni istante nuovi punti a suo favore. Perché l’ex-pupa di Broadway sa perfettamente a chi affidare le chiavi del ritmo. E così Big Boi piazza l’affondo in “Tightrope”, articolando l’andatura in una sorta di incessante rumba elettrica, confermando la sua infinita smania funkadelica, ma soprattutto è idolatria Byrne (fate un po’ voi) centellinata con grande maestria.

In tracce come “Sir Greedown” il disincanto e l’implosione estatica caratterizzano l’umore melodico. Mentre in “Come Alive” un’improvvisa aggressività, e una spiazzante irrequietezza rock inacidiscono a dovere l’operetta. L’inesauribile assolo in scia Roger Nelson dell’erotic-ballad “Mushrooms & Roses”, e le pulsazioni ovattate in osmosi soul di “Neon Valley Street”, riconducono (si fa per dire) il ph dell’album in condizioni di perfetta neutralità sensoriale, inebriando la formula.

Ma “The ArchAndroid” è anche “57821”, o meglio un’invocazione celtica (!) dosata con commozione corale folcloristica. Ipnotizzati nel finale dal trotto operistico in sinfonia teatrale sconnessa, vagamente retrò di “Babopbyeya”, con tanto di stop&go recitato in Charleston appeal, non ci resta che aprire i cancelli e far sfilare le trombe: “Janelle is The Queen”.

Alberto Guidetti, Giuliano Delli Paoli (www.ondarock.it)

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