Elf Power – Elf Power ( cd – lp )

novembre 27, 2010 at 10:55 am Lascia un commento

Non troverete nessuno che riuscirà a parlarvi del nuovo disco degli Elf Power senza parlarvi almeno un po’ di Vic Chesnutt. Sarà pure ingeneroso nei loro confronti, ma non può essere che così. Perché, tanto per cominciare, è proprio al concittadino Chesnutt che la band di Athens ha voluto dedicare il disco, con tanto di dichiarazione d’amore in bella vista sul booklet. E poi perché era proprio con Chesnutt che Andrew Rieger e soci avevano dato alla luce il suo ultimo lavoro, due anni fa. E infine perché gli Elf Power hanno cominciato a registrare questo disco giusto un paio di settimane dopo la morte di Chesnutt. Insomma, si capisce.

Eppure questo disco è quanto di più lontano ci potrebbe essere dal mood del vecchio Vic. Niente malinconici romanzi popolari, niente potenti scariche elettrice di disperazione, nell’aria. “Elf Power”, decima fatica da studio, è la quintessenza degli Elf Power. Ed è un gran bel disco. 

D’altronde, Rieger ha già avuto modo di spiegarlo: quando Chesnutt è morto, lo scorso Natale, i pezzi erano già fatti e finiti. “Ovviamente stavamo tutti pensando a Vic, mentre registravamo, ma era già tutto scritto”. Chissà, forse allora è proprio per paradosso che il disco che è uscito da quelle sessioni di gennaio risulta così luminoso e denso. Non cambia la rotta intrapresa ormai più di dieci anni fa, semmai gli Elf Power dimostrano che le buone frequentazioni in cui si sono intrattenuti nel frattempo sono state capaci di aggiungere qualche carta in più alla loro scorta di assi. Dopotutto, suonare in giro con gente del calibro di Jeff TweedyMichael Stipe, lo stesso Chesnutt, dovrà pure insegnarti qualcosa.

Venendo al punto, non vi sorprenderà sapere che questo disco, come ogni altra cosa uscita dal cilindro degli Elf Power dai tempi di “A Dream In Sound” in qua, suona maledettamente e deliziosamente retrò. Le etichette e i riferimenti che sono stati adoperati per definire la loro musica restano tutti validi, senza alcuna eccezione. Power-pop, psichedelia, post-punk: continuiamo a muoverci su questi territori. Il talento di Rieger, non da oggi, non sta tanto nell’originalità delle sonorità quanto nella qualità dei pezzi. Il ragazzo sa come si scrive una canzone. E non sbaglia un colpo. 

“The Taking Under”, che apre l’album, è una ballata in perfetto stile sixties. Pochi accordi, una batteria su di giri, è il tipo di canzone, per dire, che hanno imparato a fare benissimo gli Okkervil River, senza dubbio anche ascoltando molto gli Elf Power. L’incedere progressivo di “Wander Through” suona fortemente debitore di Arthur Lee – e i Love, insieme ai Big Star, sono forse il modello principale a cui guardare per capire da dove viene la band – mentre “Stranger In The Window” starebbe benissimo in un disco del Robyn Hitchcock meno inquieto. In “Like a Cannonball” ricompare qualche elemento prog, ben contenuto entro gli argini del pop-writing, e, a ben vedere, è proprio in quest’arte del contenere che Rieger sembra dare sempre di più il meglio di sé. “Boots Of Lead” invece è davvero roba alla Big Star, con i suoi mulinelli di chitarra che ti portano lentamente verso un ritornello che non è un ritornello e un assolo che non è un assolo. Senza dubbio tra gli episodi più riusciti. “Spidereggs”, che segna il giro di boa del disco, è un divertissement con un po’ di elettronica e qualche inciso quasi glam, mentre il vero fantasma che riecheggia in “Ghost Of John” è ancora quello di Hitchcock. Poi, dopo il mid-tempo un po’ piatto di “The Concrete And The Walls”, ancora uno scintillante sprigionamento di potenza pop con “Goldmine In The Sun”. “Tiny Insects” corre via veloce ma gradevole, mentre “Little Black Holes” rappresenta un’altra delle vette dell’album. Vagamente epica, fosca come un pezzo degli Rem di “Fables Of The Reconstruction”, ci piace. E c’è qualcosa di piccolo anche nell’ultima canzone, stavolta una mano: “Little Hand” è un gingillo, tutto ricami di flauto e di voce, con cui Rieger e i suoi compari sembrano proprio voler far scorrere i titoli di coda. 

In definitiva, chiunque sia assetato di frontiere inesplorate e nuove stravaganze alchemiche deve bussare ad altre porte, ma chi non abbia da render conto ad alcuna cattiva coscienza e voglia solo continuare ad ascoltare buona musica, innovativa o no che sia, cogli Elf Power, e con “Elf Power”, va sul sicuro. Questa roba che ti hanno dedicato, vecchio Vic, non è per niente male.

Giovanni Dozzini (www.ondarock.it)

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