Archive for novembre 20, 2010

Black dub – Black dub ( cd – 2lp )

E’ la maledizione dei produttori. C’è chi li ritiene persino più importanti dei musicisti, visto come alcuni di loro – i più bravi, ovviamente – sanno mettere la loro impronta sulla musica altrui. Ma quando hanno aspirazioni da musicisti, non riescono ad ottenere gli stessi riscontri e gli stessi riconoscimenti.
Potrebbe essere, anzi è la storia di Daniel Lanois: l’uomo che ha segnato indelebilmente il sound di U2, Bob Dylan e recentemente anche di Neil Young. Ha una ormai lunga carriera da solista, in cui ha esercitato e cantato quel suono stratificato di cui è maestro, e che ha raccontato perfettamente in “Here is what is” , splendido documentario uscito in DVD tre anni fa. Che fosse la volta buona che gli si dia quel che merita come autore? I Black Dub sono il suo nuovo progetto, un gruppo fondato assime a Trixie Whitley (figlia del compianto Chris) alla voce, Brian Blade alla batteria e Daryl Johnson al basso. Il nome della band è un termine di quelli che in critica letteraria verrebbe definito “rematico”, ovvero descrive letteralmente la forma del tes– un po’ come certe canzoni dei R.E.M., per intenderci: “Country feedback” (dove c’è effettivamente quella musica, ma con quell’effetto) o “E-Bow the letter” (una lettera, musicata con quell’effetto di chitarra). Così nella musica dei Black Dub ci sono sonorità scure, legate al blues. E c’è del Dub, inteso nel senso più ampio del termine, non soltanto legato al reggae: ovvero la manipolazione e la stratificazione di suoni. C’è il marchio di Lanois, quindi: e per esempio nel suono delle chitarre ci sono diversi echi del suono riverberato e messo in loop tipico degli U2. Ma c’è anche un lavoro sulla ritmica notevole, frutto dell’esperienza di Johnson e Blade, musicisti con un curriculum legato al jazz. La voce della Whitley è sensuale, decisamente più forte di quella un po’ fragile di Lanois, che funziona meglio come contrappunto. Ma il risultato complessivo è di un suono profondo, originale, che supporta belle canzoni come “I believe in you” (questa pesca sì dal mondo del reggae).
Insomma: davvero un ottimo disco. Se vi piace il sound di Lanois, questo disco è da avere assolutamente, assieme all’altro piccolo gioiello che ha prodotto ultimamente, la colonna sonora di “Here is what is”, di cui si parlava prima.

Gianni Sibilla (www.rockol.it)

novembre 20, 2010 at 12:37 PM Lascia un commento

Bright star di Jane Campion ( dvd )

818. Il ventitreenne John Keats e la sua vicina di casa Fanny Brawne si conoscono, grazie all’interesse della ragazza per le sue poesie, si frequentano, si scrivono, si fidanzano, nonostante le condizioni economiche disperate del poeta. Minato dalla tubercolosi, Keats si vede costretto a partire per l’Italia, dove il clima è migliore e dove troverà la morte, nel febbraio del 1821.
Bright Star racconta l’inabissamento amoroso sottolineandone il parallelo con la dissoluzione fisica del poeta, ma sceglie il punto di vista di Fanny Brawne per narrare innanzitutto un nuovo personaggio femminile, la cui esuberanza intellettuale è mitigata da una crudele coscienza di ciò che le sta accadendo e si risolve in un’accettazione che è remotissimo eco di quella che fu di Isabel Archer, la stella più luminosa del firmamento di Jane Campion.
Lungi dall’essere un pretesto per evitare la formula più comune di biopic, perciò, l’adozione dello sguardo di Fanny, che incontra Keats subito dopo la pubblicazione di Endymion e lo perde dopo avergli ispirato le liriche che lo faranno amare dal mondo, è il modo in cui la regista, col sorrisetto sulle labbra, riflette sul potere creativo del sentimento amoroso. Instaurando un triangolo tra Keats, l’amico Brown, che lo vorrebbe al riparo dall’influenza femminile, protetto dai classici, e Fanny, che ad ogni apparizione distrae e confonde, la Campion racconta come l’infiltrarsi di una musa, con tutti i limiti del suo agire, nel mondo libero e ozioso degli uomini abbia strappato Keats all’accademia e permesso l’estensione del romanticismo al di là della pagina, nella vita, e dunque, per affinità di cose, nel cinema.
Tra gli interstizi di un rituale quotidiano allegramente rigido, fatto di lezioni di danza nel salotto di casa, di passeggiate e danze e ruoli precisi, tra le mura stesse della casa, dove regna l’ordine e la cura, irrompe la vertigine che il poeta domanda e suscita; il desiderio di un per sempre, che nella vicenda di Keats passa dal verbo alla carne e trova l’eternità.
Quando si àncora alla normalità dello scambio amoroso, quando si affida ad Abbie Cornish e alla credibilità della sua interpretazione, il film si toglie il costume e tocca i suoi vertici, ma la tentazione di obbedire alla richiesta di confezionare “a thing of beauty” è spesso irresistibile e talvolta lo affonda nella maniera.

Marianna Cappi (www.mymovies.it)

novembre 20, 2010 at 12:29 PM Lascia un commento


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