Elvis Costello – National Ransom ( cd – 2lp )

novembre 13, 2010 at 12:17 pm Lascia un commento

Accrington, 1937. Tucson, Arizona, 1978. Un salotto a Pimlico, Londra, 1919. Da qualche parte in America Centrale, 1951. Sulla strada per la Cain’s Ballroom, 2009. Se cercate un filo narrativo, se inseguite l’unità di tempo e luogo, siete sulla pista sbagliata. “National ransom”, il nuovo album di Elvis Costello, salta da una pagina all’altra del calendario e della mappa geografica. Sedici canzoni (diciassette nell’edizione giapponese, i collezionisti sono avvertiti), ognuna di loro provvista di precise indicazioni spaziotemporali: come fosse una sceneggiatura, o un piccolo romanzo. Idea interessante, che poteva venire in mente solo a uno storyteller del calibro dell’inglese: uno che ama leggere e che scrive quasi compulsivamente (celebri le sue annotazioni fiume sulle note di copertina delle ristampe). Che con le parole ha sempre avuto l’abilità di un giocoliere. Che usa un vocabolario ricco e immaginifico per raccontare in musica le sue storie e i suoi personaggi (e qui non si smentisce, anzi). Ha registrato di nuovo a Nashville, ancora con T- Bone Burnett a dirigere le operazioni: lo si potrebbe scambiare per il sequel di “Secret, profane

& sugarcane” ma non lo è. Perché sì, ci sono i Sugarcanes, i suoi nuovi amici americani cresciuti a pane e bluegrass, ma anche due terzi degli Imposters e dei vecchi Attractions; cosicché Pete Thomas (batteria) e l’impareggiabile Steve Nieve (tastiere) sono chiamati a interagire con la chitarra di Marc Ribot, la lap steel e il dobro di Jerry Douglas, il violino di Stuart Duncan, la voce di Vince Gill e il pianoforte del resuscitato Leon Russell. Gli esiti sono imprevedibili, e intriganti. C’è il country di “That’s not the part of him you’re leaving” e di “All these strangers”, c’è il c&w uptempo di “I lost you”, ma la musica sconfina ben oltre le frontiere del Tennessee e del Kentucky. “National ransom” è un disco ibrido, apolide e senza età anagrafica. Denso e lungo (la misura di un doppio Lp nelle intenzioni dell’autore, che consiglia l’ascolto in vinile). Impetuoso e un po’ logorroico, com’è nello stile di Costello. Meno organico ma decisamente più vivace del suo predecessore. Rodati da un lungo tour, i Sugarcanes hanno sviluppato un’invidiabile telepatia, e l’aggiunta di ospiti e turnisti serve dare un’altra rimescolata al mazzo. L’inizio è fuorviante. La title track (come la quasi contemporanea “The money shuffle” di Richard Thompson) affronta di petto la Grande Crisi e l’ingordigia di Wall Street, oscillando “tra il 1929 e i giorni nostri”, in un mondo di povera gente sbranata dai lupi in tuba e cravatta (come quello disegnato in copertina dal cartoonist Billy Millionaire, lo stesso di “Secret…”). Il Vox Continental anni ’60 di Nieve e il ritmo beat farebbero pensare a un nuovo “This year’s model” ma è un falso allarme: di lì in avanti il disco cambia continuamente passo e clima, anche bruscamente. Gli Imposters e il rock’n’roll dettano legge anche in “The spell that you cast” (solo il Costello della maturità, però, avrebbe potuto ideare una sequenza d’accordi così) e in “Five small worlds”, con un bel sapore western e gustosi accenti twang di chitarra. Ma “National ransom” ha anche e soprattutto un’anima acustica. La storia del cowboy cantante di “Jimmie standing in the rain”, epigono inglese e quasi fuori tempo massimo del grande Jimmie Rodgers, è raccontata a tempo di swing, tra Cab Calloway e Stephane Grappelli, e una analoga atmosfera démodé avvolge anche l’epilogo, “A voice in the dark”. Lo spettro di un soldato scomparso durante la prima guerra mondiale aleggia tra le spazzole e i violini della deliziosa “You hung the moon”, Elvis perfettamente a suo agio nei panni del crooner anni Trenta. E anche quando è l’attualità a prendersi la scena (la tragedia dell’uragano Katrina in “Stations of the cross”, ambientata “possibilmente a New Orleans, nel 2005”; la paranoia nella metropolitana di Londra, dopo le bombe e gli attentati terroristici del luglio di quello stesso anno) non è detto che la musica ne segua le orme: il seducente folk jazz di “One bell ringing” non ha nulla di caotico e di tenebroso, ricordando semmai certe eleganti pagine di Joni Mitchell. Insomma: il tratto è ondivago, lo schermo panoramico. Si passa da una folk song minimale e sbarazzina (con tanto di fischiettio finale, “A slow drag with Josephine”) all’r&b rinforzato di ottoni di “Church underground” e “My lovely Jezebel”, dove forte è l’impronta del coautore Leon Russell; dal voce & chitarra acustica di “”Bullets for the new-born king” ai ricami di slide e mandolino di “Dr. Watson, I presume” (dove il dottore del titolo non è l’assistente di Sherlock Holmes ma Doc Watson, il gigante della old time music americana incontrato da Costello al Merlefest di Wilkesboro, North Carolina, un giorno del 2007), in un cocktail di generi e di stili che inebria e un po’ intontisce. “National ransom” è, forse, il disco più letterario e poliglotta dell’anno. Ambizioso anche per gli standard del suo autore, che dai tempi di “Spike”, fine anni Ottanta, non stipava tutto il suo sapere musicale in un unico album. Da allora ha inciso con quartetti d’archi e per la Deutsche Grammophon, con Bill Frisell e con Burt Bacharach , con Allen Toussaint e con la soprano Anne Sofie Von Otter. L’orizzonte è ancora più vasto, dietro gli spessi occhiali la vista di Elvis s’è fatta ancora più lunga.Alfredo Marziano (www.rockol.it)

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