Brian Eno – Small craft on a milk sea ( cd – 4lp )

novembre 6, 2010 at 12:15 pm Lascia un commento

La lettura più soddisfacente della mia estate è stata quella di “On some faraway beach”: una biografia (“The life and times of Brian Eno”) di 470 pagine scritta benissimo da David Sheppard, naturalmente non tradotta per l’Italia, che avevo visto sulla scrivania di un signore che si occupa di edizioni musicali stupendomi assai della presenza di quel libro nell’ufficio di un discografico italiano (e ancora di più del fatto che l’avesse letto e annotato).
Gran bel libro, proprio. Dal quale ho appreso parecchie cose che non sapevo su un personaggio per il quale nutro da sempre una profonda stima . Ma come già confessavo l’anno precedente dando conto della ripubblicazione di alcuni dischi di : Brian Eno, un’anima semplice come la mia è più facilmente incuriosita dalle canzoni: ecco perché, dei tantissimi lavori discografici del poliedrico non-musicista, quelli che riascolto con più piacere sono i primi tre da solista – “Here come the warm jets”, “Taking tiger mountain (by strategy)” e “Another green world” – cioè quelli appunto più (in superficie) semplici, in cui le melodie sono fischiettabili e i testi cantabili. Speravo di aver ritrovato quell’Eno quando è stata annunciata l’uscita di un album in cui Eno “tornava a cantare” (“Another day on earth”, 2005): ed in effetti in parte è stato così, anche se non ho risentito in quell’album la sfacciata, disinvolta orecchiabilità dei migliori (per me) episodi degli album degli anni Settanta.
Perché, non ho timori nel confessarlo, a me il Brian Eno “ambient” – come posso dire? – non m’attizza. Oh, ricordo interi pomeriggi di domenica passati ad ascoltare e riascoltare, con il ritorno automatico del giradischi, la seconda facciata, “Swastika Girls”, di “No pussyfooting”, la prima collaborazione di Brian con Robert Fripp (1973). Ma erano altri tempi; ero diverso io, avevo molto più tempo per ascoltare e riascoltare e lasciar sedimentare, e, allora ventenne, me la tiravo anche un po’ da competente di musica e facevo il figo. Adesso non sono più competente – non, almeno, nel senso di quello che ascolta e conosce tutte le novità più cool dell’(ex) mercato discografico – e quando ascolto musica voglio sentire canzoni. E in questo disco nuovo, di canzoni non ce ne sono. Però…
Intanto diciamo cos’è, questo disco nuovo, che sto raccontando avendo per le mani un promo senza note di copertina, autori e musicisti (sempre che sul disco “finito” ce ne siano, s’intende). Il nome in grande in copertina è quello di Eno, ma è seguito da “with Jon Hopkins & Leo Abrahams”. Lascio la parola al protagonista:
“Il lavoro racchiuso in questo disco è il risultato di un’occasionale collaborazione fra me, Leo Abrahams e Jon Hopkins. I due sono giovani e dotati strumentisti e compositori il cui lavoro, come il mio, è intimamente connesso alle potenzialità e alle libertà espressive della musica elettronica. Negli ultimi anni abbiamo lavorato insieme svariate volte, e ci è piaciuto esplorare gli ampi muovi territori sonori che ora sono alla portata dei musicisti. Nella maggior parte dei casi i brani di questo album non sono il risultato di ‘composizioni’ in senso classico, ma di improvvisazioni. Le improvvisazioni non sono un tentativo di trovarsi in mano una canzone, ma piuttosto un paesaggio, la sensazione di un luogo e forse la suggestione di un accadimento. In un certo senso esse mancano, deliberatamente, di ‘personalità’; non c’è un cantante, un narratore, una guida che ti suggerisca come ti dovresti sentire ascoltandole. Se questi brani venissero usati in una colonna sonora, il film ne completerebbe l’immagine. Così come sono, sono il corrispettivo rovesciato di un film muto – sono film fatti soltanto di suoni”.
“Sound-only movies”, dice Eno. Mmmhh… mi sa che il cervellone, e genio del self-marketing, se n’è inventata un’altra buona – dopo “non-musicista”, dopo “ambient”. Del resto, dice sempre lui, “all’inizio degli anni Settanta ho scoperto che preferivo le colonne sonore a ogni altro genere di dischi. Quello che mi attirava erano la loro sensualità e la loro, come dire, incompletezza, nel senso che nell’assenza del film le colonne sonore invitano te, ascoltatore, a completarle mentalmente. Se non hai visto il film, la sua musica rimane comunque evocativa – come il profumo di qualcuno che ha appena lasciato la stanza in cui sei entrato. Il che mi ha fatto nascere l’idea che una musica che si conceda di essere, in un certo modo, irrisolta sia in grado di interessare l’ascoltatore in maniera particolarmente creativa”.
Parlando del disco, Leo Abrahams ha scritto sul proprio sito: “Sta per uscire un album di Brian Eno con me e Jon Hopkins. Contiene il frutto di svariati anni di improvvisazioni fra noi tre. Non ho mai sentito prima niente che gli assomigli – suona ‘dal vivo’ e ‘distante’ al tempo stesso. Alcune cose che ci sono rimaste dentro, solo Brian avrebbe avuto il coraggio di lasciarcele, e visti i risultati ha fatto bene”.
Il sito Exclaim informa che Leo Abrahams è un chitarrista inglese che ha fatto uscire alcuni dischi solisti e ha collaborato con diversi altri artisti, tra cui : Nick Cave e : Paul Simon. Jon Hopkins è un pianista e musicista di elettronica che ha pubblicato tre LP per la Domino Records.
Ancora Abrahams: “Suono musica improvvisata con Jon Hopkins da quando eravamo teenager a scuola insieme. Quando ho lavorato per la prima volta con Brian Eno nel progetto ‘Drawn from life’, che prevedeva elementi di improvvisazione, mi sono reso conto che la mia esperienza con Jon in qualche modo mi ci aveva preparato” (si riferisce all’album del 2001 in cui Eno collabora col percussionista tedesco Peter Schwalm), La maggior parte della musica in ‘Small craft’ è improvvisata e, benché molta sia stata fortemente editata, conserva dal tempo in cui è stata suonata un gioioso senso di innocenza. Per me, fare musica con Brian Eno significa sentirsi liberati”.
E Jon Hopkins: “Nessuno di noi tre possiede una naturale inclinazione a guidare un’improvvisazione nel ruolo di leader; preferiamo invece costruire un complesso substrato di tessiture sonore, che di solito è il nostro punto di partenza. Poi è Brian che ci guida verso territori più melodici o più ritmici. Alcuni dei brani più melodici sono iniziati con Brian che ci chiedeva di scrivere una serie casuale di accordi, che lui poi trascriveva su una lavagna abbinandoli a un numero – il numero di battute per il quale avremmo dovuto fermarci su ogni accordo. Poi cominciava a indicarci un accordo dopo l’altro in maniera disordinata, e Leo e io suonavamo nella tonalità corrispondente per il numero di battute indicato. Tale modalità caratterizza queste registrazioni con un autentico elemento di casualità che secondo me contribuisce a conferire loro un senso di mistero”.
Ciò detto, e ciò letto, potreste legittimamente aspettarvi un disco di ambient analogo a parecchi altri di quelli realizzati o prodotti da Eno negli anni. E l’ascolto dei primi tre brani sembra suonare come conferma all’aspettativa: frasi di pianoforte, impulsi e onde sonore in pieno mood ambient.
Poi arriva la traccia numero 4, “Flint march”, e tutto cambia, entrano una ritmica in quattro quarti e i sintetizzatori e il disco svolta in una direzione imprevista, che in seguito vede anche l’ingresso delle chitarre, e fino alla traccia nove, se ho contato bene, “Small craft on a milk sea”, diventa un po’ Aphex Twin, un po’ Art of Noise, un po’ i : King Crimson di “Thrack”. Roba tosta, per niente eterea e rasserenante. L’album si chiude poi com’era iniziato, ma quel che ci si ricorda dopo il primo ascolto è proprio questo nucleo centrale molto emotivo, molto urgente, persino aggressivo. Che è, alle mio orecchie, un pregio, un valore (magari per altri potrebbe essere il contrario).
Nel complesso, quel che mi pare indiscutibile è che il disco testimoni una relazione di autentica collaborazione, di reciproca interazione fra i tre che l’hanno realizzato.

Franco Zanetti (ww.rockol.it)

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