Sun Kil Moon – Admiral Fell Promises ( cd – 2lp )

ottobre 30, 2010 at 11:17 am Lascia un commento

“No, this is not my guitar/ I’m bringing it to a friend/ And no I don’t sing/ I’m only humming along/ Up here in the air/ I’m just moaning at the clouds/ Wanting to be known/ While I pass the lonely hours”
Non vi è sintesi più efficace dei versi introduttivi dell’iniziale “Ålesund” per presentare il terzo album originale di Mark Kozelek a sigla Sun Kill Moon. “Admiral Fell Promises” è infatti un disco estremamente intimo e personale, che insiste sui soli elementi della sua voce inconfondibile e sulle corde di nylon di una blue guitar inedita, accarezzate o pizzicate in un picking discreto, cristallino, emozionale e dalle ricorrenti sfumature latine.

Niente più incursioni elettriche, dunque, né alternanze di arrangiamenti variopinti, come quelli che avevano caratterizzato il precedente, splendido “April“, ma solo un’ora di descrizioni e cupe confessioni della fragile sensibilità di Mark Kozelek, mai così intimo ed essenziale al di fuori delle poche, saltuarie produzioni discografiche sovente licenziate sotto il suo nome di battesimo negli intervalli tra i dischi realizzati col supporto della band. Questa volta, però, non si tratta di un album “minore”, né di una raccolta di cover, b-side o interpretazioni dal vivo; questa volta il sensibile cantautore californiano ha deciso di elevare l’essenzialità della formula a rappresentare degnamente il suo progetto attualmente principale.
La scelta appare del tutto funzionale all’impronta che Kozelek ha voluto conferire all’album, personale e riflessiva ancor più di quanto offerto in tutta la sua carriera. Kozelek non è certamente più il post-adolescente che riversava in musica i tormenti dei propri “24”; da allora sono passati quasi due decenni, e le inquietudini giovanili si sono ormai trasformate stabilmente in una malinconia endemica, connaturata all’animo dell’autore e accettata con consapevolezza, quasi con voluttà.

È un Kozelek solitario e nostalgico quello che traspare dalle storie e dalle riflessioni riassunte in testi spesso torrenziali, nei quali spicca la narrazione dei luoghi nei quali si svolge la sua vita e la sua arte. Gli esterni sono angoli di città, prospettive nubi grigie e di rami spogli, scorci di mare azzurro sul quale volano i gabbiani; gli interni sono soprattutto quelli dell’anima, istantanee tratte dalle stanze dell’artista e dalla sua solitudine creativa. Così, un cuore sensibile si lascia andare agli accordi della sua spanish guitar per lenire “the pain from midnight cry/ when one leaves the world behind” (“Half Moon Bay”), fino a cercare nello strumento d’elezione l’unico sollievo ad antiche ferite e a un nuovo nemico, il tempo che trascorre inesorabile: “from my room I look at the street/ and see the youth passing along” (“Church Of The Pines”).
Eppure, nonostante il mood e le tematiche, “Admiral Fell Promises” non è poi un lavoro così cupo e privo di speranza: lo testimonia il calore che stilla dalle corde di nylon, che si inarca talora in vezzosi bolero, e il frequente incedere asincrono tra le note e i racconti, collocati su un piano diverso ma correlato, e dotati di un respiro tanto più ampio quanto più spazio viene loro concesso in pezzi che si protendono al di là dei sei-sette minuti durata (“Third And Seneca”, “Church Of The Pines” – tra i brani meglio riusciti dell’album, accanto alle più concise “Sam Wong Hotel” e “Australian Winter”).

Disco dal contenuto tanto personale da apparire una sorta di diario di auto-analisi, “Admiral Fell Promises” può senz’altro incontrare un limite comunicativo nell’invariabilità della formula e nella sua parvenza così monocromatica; tuttavia, non può non essere apprezzato per la capacità dell’artista di mettersi a nudo, in termini tanto di sensibilità che di suono.
La valutazione complessiva deve quindi tener conto, da un lato, dei brividi a fior di pelle sovente suscitati dalla sapiente intersezione di voce, note e parole e, dall’altro, della limitatezza espressiva consapevolmente prescelta per canzoni che potrebbero apparire troppo piatte, in assenza della necessaria comprensione testuale ed emotiva. In ogni caso, certo è che Mark Kozelek ha ancora molto da dire, e le qualità intatte per esprimerlo.

Raffaello Russo (www.ondarock.it)

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