Archive for ottobre 18, 2010

Antony and the Johnsons – Swanlights ( cd – lp – cd+book )

Nel 2005, solcando come un Ufo i cieli del pop, “I’m a bird now” lasciò tutti a bocca aperta. Due anni fa, “The crying light” replicò stupori e ammirazioni. Chissà se pubblico e critica riserveranno la stessa calda accoglienza a “Swanlights”, ora che l’effetto shock di quella meravigliosa voce transgender, da qualcuno efficacemente descritta come un incrocio tra Nina Simone e Jimmy Scott, si va inevitabilmente attenuando. Con l’eccezione di “Thank you for your love”, il brano che ha preceduto l’album intitolando un Ep che inlcude anche cover di John Lennon (“Imagine”, nientemeno) e Bob Dylan, “Swanlights” fa poco o nulla per accattivarsi le simpatie dei non iniziati al culto di Antony and the Johnsons (particolarmente vivace in Italia, si direbbe). Ancora più di prima, si direbbe, la musica della band newyorkese se ne sta acquattata in una “zona del crepuscolo”, intangibile ed eterea, inseguendo fantasmi (“Ghost” è uno dei titoli della nuova collezione) e spiriti riflessi nelle increspature dell’acqua. Sono le “Swanlights” (neologismo coniato da Antony) della canzone che intitola la raccolta, il suo momento chiave, la sua scommessa più azzardata e più riuscita: voci e chitarre riprodotte al contrario, suoni tremolanti che si rifraggono tra le onde. Non è psichedelia rétro, nostalgia degli anni Sessanta. Piuttosto, l’ambiziosa esplorazione in musica di una quinta dimensione oltre lo spazio e il tempo, rappresentazione sonora dell’interregno che sta a metà tra la vita e la morte. Il fatto è che se parli di Antony, e della sua musica, finisci forzatamente per parlare d’altro e volare più alto: suoni e parole sono utensili della sua visione filosofica, panteista e animista; particelle di un mondo e di un sistema di pensiero sempre più votato alla celebrazione della Natura e della Madre Terra. Come “The crying light”, Swanlights” è un album di luce (nel titolo) e tenebra, e un disco fortemente ecologico (anche nella scelta dei suoni: puri, semplici, austeri, essenziali, con gli archi e il pianoforte ancora una volta protagonisti). Antony è, a suo modo, un “ecoguerriero”, che con le canzoni e le immagini esprime la sua preoccupazione per le sorti del pianeta: il libro di 136 pagine che accompagna il cd in edizione deluxe è un corollario utile a capirne contenuti e motivazioni; una raccolta di collage, disegni, fotografie e appunti scritti a matita che assomiglia molto alla sua musica e alle parole delle sue canzoni. Talvolta enigmatiche al limite dell’indecifrabile, altre volte dirette e inequivocabili. “Thank you for your love”, unico brano “orecchiabile” del disco, ha un testo semplicissimo, elementare: addirittura banale, se a cantarlo fosse un interprete meno intenso e originale. Pronunciate da Antony, invece, quelle parole suonano sincere, toccanti, incredibilmente struggenti: come se fossero in bocca a Otis Redding e gli altri grandi della Stax o della Atlantic a cui il pezzo, un lento r&b fiatistico che accelera, si avvita e diventa parossistico nel finale, rende esplicitamente omaggio. Il resto, va detto, richiede molto più impegno. C’è un inizio e una fine, e un ritorno ciclico al principio. “Everything is new”, che si apre tra note distillate di piano, arpa e violino per poi sfociare in ghirigori vocali rococò, reitera una frase (titolo e testo coincidono) che riappare in “Christina’s farm”, intimistico episodio finale. Anche la filastrocca per chitarra acustica arpeggiata di “The great white ocean” e il carillon delicato di “I’m in love” in qualche modo si somigliano: candide, infantili e consolatorie, ma con una nuvola minacciosa sulla testa. Antony canta di natura e di morte, di isolamento e di legami familiari, di distacco e ricongiungimento. Di mistero dell’esistenza e di mutazione vissuta sulla propria pelle, celebrando ovunque l’eterno femminino che rigenera il mondo (in “Salt silver oxygen”, su un danzante tappeto d’archi anche “Cristo diventa una sposa”). Temi ricorrenti, per lui (e per nessun altro). E anche i materiali musicali di base non differiscono di molto dal passato: il pop cameristico dei Johnsons vive ancora di fragili equilibri e umori delicati, armonie soavi ed estasi celestiali disturbate da inquietudini dell’animo, sofferenza, macerazione e sottile violenza (come le immagini del book, continuamente sporcate da tagli e macchie di colore). Perché la Natura, sostiene Antony, è un mondo perfetto, ma l’uomo è il suo virus, contagioso e corruttore.

Alfredo Marziano (www.rockol.it)

ottobre 18, 2010 at 3:58 PM Lascia un commento


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