Robert Plant – Band of joy ( cd – 2lp )

ottobre 11, 2010 at 5:13 pm Lascia un commento

I Led Zeppelin furono il primo gruppo di culto a rimpiazzare il buco dei Beatles dopo il loro scioglimento. Furono un successo istantaneo di culto ma anche di folle oceaniche, sostenuto almeno per la durata dei primi quattro album, a cui non a caso ci si riferiva con i numeri latini da I a IV.
Lo confesso, nonostante la potenza della chitarra di Jimmy Page e dell’ugola di Robert Plant, e di pezzi di incredibile tensione come Dazed and Confused, Communication Breakdown, Whole Lotta Love, Immigrant Song, Since I’ve Been Loving You e Staitway To Heaven non sono mai stato un vero fan della band. Paradossalmente però ho amato diversi lavori degli anni solisti, come il rock & roll old fashioned di The Honeydrippers, il melting pot fra folk inglese, hard rock e sound nord africano di No Quarter, il solista Dreamland (il più vicino allo spirito degli Zep ed il mio preferito del mazzo) e alla fine anche il disco “americana” di Raising Sand in duetto con la voce femminile di Alison Krause e prodotto da quel gattone di Hollywood di T-Bone Burnett, che per quanto troppo glam e furbetto per i miei ruvidi gusti, ha dei momenti innegabilmente splendidi, come le cover di Killing The Blues e Trampled Rose.
Per Robert Plant il disco è stato il momento di massima celebrità dai giorni degli Zep, e non stupisce dunque che abbia deciso di ricostruire la sua carriera da qui, rinunciando persino ad un lucroso ma vintage comeback della vecchia band (gli Zeppelin, appunto).
Band Of Joy (con la sua copertina da disco di serie B degli anni settanta) ricalca esattamente la formula di Raising Sand: radici nel folk rock americano del west, una partner femminile (Patty Griffin), un talentuoso produttore e raffinato chitarrista (Buddy Miller), cover di oscure tracce di sicuro fascino.
Il disco è confezionato con maestria e mano sicura, con un suono lucido e glam ma al punto giusto, registrato nella Nashville alternativa dei cantautori corteggiati da Hollywood della corte di Buddy Miller. Tutti motivi che mi hanno portato a storcere un po’ il naso ai primi ascolti, rimpiangendo quella mancanza di un po’ di rock & roll, un po’ di chitarra elettrica, un po’ di quella ingenuità, improvvisazione e calore dei garage del rock.
Ma un po’ alla volta mi sono dovuto arrendere al fascino innegabile della bella voce di Plant e di canzoni come Central Two-O-Nine (un nuovo pezzo firmato Plant e Miller, improvvisato in studio, una ballata oscura), il country di The Only Sound That Matter, la psichedelica Monkey (il brano più bello?), il folk di Cindy I’ll Marry You Someday, la trascinante Harm’s Swift Way.
Il singolo è addirittura la cover di Angel Dance dei Los Lobos, ma non vale l’originale, e c’è un brano di quel cantautore dei cantautori che è Richard Thompson.
Insomma, un disco un po’ fighetto e modaiolo che mette voglia di ascoltare rock & roll vero. Ma non si può negare che sia piacevole – sia pur senza memorabili picchi.
http://bluebottazzibeat.blogspot.com/
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