Crippled Black Phoenix – I, vigilante ( cd – lp )

settembre 27, 2010 at 4:01 pm Lascia un commento

Diventati orfani del ceppo Mogwai e di quello Portishead (sono andati rispettivamente via Dominic Aitchison – bassista degli scozzesi – e Geoff Barrow dei triphoppers di Bristol), i Crippled Black Phoenix sono ormai una creatura sempre più a immagine e somiglianza di Justin Greaves, ex batterista degli Electric Wizard ora passato a fare il frontman/compositore/polistrumentista a tutti gli effetti, con risultati, peraltro, più convincenti che mai. Perdere due mostri in un colpo solo è tutto fuorchè facile ma, come scritto sul myspace del gruppo, “il lupo perde il pelo ma non il vizio” ed è così che prende piede un lento processo di rinascita, di messa a punto delle proprie intenzioni, di rielaborazione interiore. Il tutto dopo tre anni marchiati a fuoco da una fecondità produttiva da lasciar basito chiunque, il cui frutto è stata una trilogia rock sconvolgente, monolitica, tra le più affascinanti esperienze della musica alternativa contemporanea.
I, Vigilante sono i Crippled Black Phoenix che per la prima volta mettono la testa fuori dall’abisso del loro mostruoso trittico incastonato tra il 2007 e il 2009 (il primo, splendido capitolo A Love of Shared Disasters e il doppio album The Resurrectionists/Night Raider, intervallati dall’inutile uscita di 200 Tons of Bad Luck, sorta di mini “best of” fatto uscire solo per i capricci di Geoff Barrow e della sua Invada Records). Eppure, dopo una così mastodontica esperienza (con le fatiche e gli estenuanti sforzi annessi), Greaves e soci sono ancora lì, immutabili e mai stanchi, ancora nascosti dietro quell’inscalfibile immaginario di misteri, deserti enigmatici e labirinti di suoni che è la loro musica.

Ciò che viene fuori da questo inaspettato ritorno è un album sicuramente meno sperimentale, epico e “medievale” (e, forse, anche meno desolante) dei capitoli della trilogia, ma comunque stracolmo di suggestioni, di atmosfere densisissime, di riff abbaglianti. Il tutto trascinato da un rock sempre meno post- ma mai banale, mai scontato, sempre con l’asso nella manica, con una melodia che colpisce e attacca al muro, con un’atmosfera che ipnotizza e catapulta in un nuovo limbo.
Storie, delle fiabe quasi, raccontate con voce commossa, mentre i ricordi riemergono lacerando il tempo e lo spazio, inghiottendoli. Delle vere e proprie “Endless ballads”, così come i CBP chiamano le loro composizioni.
I, Vigilante (in maniera decisamente più laconica rispetto ai precedenti lavori) coglie ed espande il senso di questa denominazione, riunendo ancora una volta i background musicali dei singoli musicisti in una formula equilibrata in cui tutto, dalla perdizione emotiva alla riflessione più razionale, trova spazio e si sviluppa concentrandosi contemporaneamente lungo una sterminata gamma di particolari e colori.

Un decadente affresco che con lo stesso, enigmatico pennello abbraccia possenti tappeti doom rock, slo-core, soavi cornici folk acustiche, salti indietro nel tempo verso blues e psichedelia (Pink floyd docet, ancora una volta), inasprimenti hard rock ed evoluzioni d’insieme quasi orchestrali per l’energia e il magico tocco con cui si manifestano. I, Vigilante è un album indubbiamente meno prolisso dei precedenti e, per certi versi, più semplice e meglio organizzato; risultando molto più lineari e meno contorti, i fraseggi strumentali dei Crippled Black Phoenix si sciolgono con naturalezza estrema, senza mai esagerare nei contenuti, senza mai azzardare troppo nel formalismo e nella sperimentazione. Ogni elemento al proprio posto, quindi, accantonando al contempo quel bisogno di creare complesse misture melodrammatiche tipico della prima trilogia (nella quale, comunque, il discorso di estensione e complessità del linguaggio calzava a pennello).
Il disco si concentra così su singoli punti focali e li sviluppa con eleganza, senza mai risultare indigesto o tirato troppo per le lunghe; in I, Vigilante i diversi elementi stilistici non si fondono più assieme in stranianti melting pot ma vengono approfonditi in sedi separate (ne sono esempi lampanti la conclusiva Burning Bridges e la cover di Of a Lifetime dei Journey, insoliti intermezzi tra le più ricercate radici rock dell’album), rendendo vario ma meno uniforme il proprio assetto stilistico definitivo. Se è quindi vero che il campo di studio e sperimentazione della band sembra ridursi, dall’altra parte l’intero impianto strumentale risulta molto stabile e, soprattutto, estremamente efficace nella sua laconica veste espressiva.
A non mancare mai, comunque, sono le canzoni brillanti, i gioielli colmi fino all’orlo di melodie struggenti e fraseggi ondulati: l’opener Troublemaker è solo il primo esempio della classe cristallina e della profondità del songwriting messo in mostra dai Crippled Black Phoenix, un concentrato purissimo di distensioni pinkfloydiane, strofe lente e sommesse, voci delicate e melodie d’altri tempi, filtrate in un sound come sempre massiccio e imponente anche nei suoi momenti più delicati. Con meno riferimenti al rock ’60-’70 ma pervasa da un’energia interna decisamente più toccante, We Forgotten Who We Are apre l’atmosfera di I, Vigilante e la colora con i pastelli di un linguaggio ruvido e decadente ma sempre sinuoso. Sulla falsariga dei due precedenti brani, Fantastic Justice si sviluppa tra crescendo atmosferici pieni di pathos e cullanti distensioni strumentali, mettendo ancora più in luce il canonico contrasto tra la delicatezza delle strofe e le robuste cavalcate rock. Molto più pacati e distesi sono invece i toni della splendida Bostogne Blues, soavemente coperta da un sottile velo di psichedelia e raffinata nel suo limitare i momenti più distorti e orchestrali (qui racchiusi esclusivamente nello splendido finale di chitarra e archi) per abbandonarsi ad uno slo-core cameristico lento e avvolgente, tra i momenti più indimenticabili dell’intero album.

E pensare che a cavallo tra il 2010 e il 2011 i Crippled Black Phoenix hanno annunciato l’uscita di un nuovo capitolo discografico. Che si tratti di una nuova trilogia o di un ancor più complesso insieme di opere distinte? Impossibile saperlo. L’unica cosa certa è che il progetto di Justin Greaves, dopo una carriera estremamente feconda nonostante la sua ‘giovinezza’, è rimasto immutato negli intenti e nella qualità della propria arte. Più di questo non ci si poteva aspettare, davvero.

www.rockline.it

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