Tired pony – The place we ran from ( cd )

settembre 14, 2010 at 4:46 pm Lascia un commento

In seguito alla sbornia di suoni sintetici presa dagli Rem negli anni successivi all’uscita di scena del suo vecchio amico Bill Berry, Peter Buck ha sviluppato un’inevitabile propensione al tradimento. A Mr. Buck suonare la sua Rickenbacker piace da morire, e se Stipe e Mills non gli permettono di metterne abbastanza nelle loro canzoni, allora lui si deve cercare qualche altra valvola di sfogo. Con “Accelerate“, due anni fa, la musica è cambiata – letteralmente – ma lui ai suoi side project non vuole rinunciare più. Tanto gli altri mica se la prendono. Stipe si gode la sua nuova vita da cinquantenne intellettuale newyorkese, molto liberal e molto chic, Mills da parte sua non si risparmia e si diverte pure lui a metter su combo qua e là.

L’ultima scappatella in ordine di tempo di Peter Buck si chiama Tired pony: per l’occasione s’è portato dietro il fido Scott McCaughey, chitarrista aggiunto degli Rem da tempo ormai immemore e leader dei Minus 5, altra band nella cui line-up figura a sua volta Buck, nelle vesti di bassista. Non solo. Ai Tired Pony Buck ha recato in dote anche il rampante Jacknife Lee, già produttore degli ultimi lavori della band di Athens, “Accelerate” e il formidabile “Live At The Olympia“. Detto di chi suona le chitarre e chi dirige l’orchestra, manca di sapere almeno chi è che canta. Avete presente gli Snow Patrol, quelli di “Final Straw“? Ebbene, la voce dei Tired Pony è la stessa, ovvero quella di Gary Lightbody, giovanotto nordirlandese che di Buck potrebbe essere il figlio. A completare il quadro, oltre a un paio di turnisti della band scozzese, il batterista dei Belle & Sebastian Richard Colburn. Un autentico supergruppo. Questi Tired Pony non si sono tuttavia accontentati di suonare in qualche festival estivo o di incidere un singolo da collezionisti con qualche cover come b-side. Hanno fatto un disco vero e proprio, uscito qualche settimana fa in Europa e in procinto di farlo negli States. Titolo, “The Place We Ran From“. Il posto da cui siamo scappati. Interessante, no? 

Sì, interessante. E non solo il titolo. Intendiamoci, nelle dieci tracce dell’album non troverete niente di memorabile, ma i ragazzi hanno voluto fare le cose sul serio e il risultato è più che dignitoso. Da qualche parte Lightbody ha avuto modo di dire di essersi lasciato ispirare da “queste band che guardano al lato più buio dell’America”, quali Wilco, Calexico, Lambchop. È così solo fino a un certo punto, perché di certo qui il sound è diverso dall’indie patinato degli Snow Patrol, ma l’oscurità americana ha già altri interpreti che la sanno leggere e raccontare molto meglio. Diciamo che “The Place We Ran From” ha il pregio di parlare un linguaggio tutto sommato originale, molto pop e piuttosto compatto, grazie ai servigi resi alla causa da Lee, senza dubbio, ma anche alla qualità della scrittura dei brani, quasi tutti – e quasi in tutto – farina del sacco di Lightbody.

Registrato in una sola settimana a inizio anno (“ero preparato per un disco punk, ma mi sono portato dietro il mandolino”, racconta Buck), il disco prende corpo canzone dopo canzone, anche se quella scelta come primo singolo, “Dead American Writers“, probabilmente è tra gli episodi meno riusciti e più addomesticati del repertorio – quasi un pezzo minore dei Coldplay, giusto un po’ più ruvido. Meglio gli echi effettivamente un po’ wilchiani di “Northwestern Skies” che apre la saga, meglio soprattutto il country-rock di “Point Me At Lost Islands” (eccolo, il mandolino, eccoli, più che altrove, gli Rem), in cui, come in “Get On The Road”, fa capolino la voce della metà femminile di She & Him, Zooey Deschanel. “I’m A Landsdile“, cantata dal vecchio compare degli Snow Patrol Iain Archer, è quasi un omaggio al Neil Young delle origini, mentre in “The Good Book” spunta anche il baritono di Tom Smith degli Editors. Si chiude con “Pieces“, briglia sciolta per tutti in cui Colburn gioca un po’ a fare Phil Selway e, tra chitarre distorte e tracce di piano sfocato, affiora qualche arpeggio sincopato di Buck. 

Pur non potendosi certamente definire memorabile, questo “The Place we Ran From” significa indubbiamente qualcosa. Magari servirà del tempo per capire di preciso cosa, ma il giocattolo funziona. Qualche altra scappatella con Lightbody e compagni Peter Buck farà bene a concedersela anche in futuro.

Giovanni Dozzini (www.ondarock.it)

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