Suzanne Vega – Close-up Vol.1 Love songs ( cd )

giugno 26, 2010 at 9:56 am 1 commento

C’era una volta Suzanne Vega. Scomparsa, come tanti altri, dalle radio, dalle classifiche, dai titoli dei giornali, dal music business dei grandi (?) numeri. Una ex folk star in regime di semiclandestinità che negli ultimi anni aveva decisamente rallentanto il passo, trattata da certi discografici come un giornale del giorno prima, lei pure iscritta al crescente club degli artisti “fai da te” abbandonati al loro destino – a volte è una benedizione, non una condanna – da un’industria discografica con il portafogli vuoto (il suo ultimo giro di valzer risale a tre anni fa, ai tempi del discreto ma non eccelso “Beauty & crime” pubblicato dalla Blue Note/EMI). Ma mica stiamo parlando di una meteora, di una “two hit wonder” pateticamente aggrappata ai successi planetari di “Luka” e di “Tom’s diner”. Come tanti “classic artists” con le spalle abbastanza larghe per non soccombere, anche Suzanne si sta dando da fare per reinventarsi, per riconnettersi alla fanbase, per riappropriarsi nei limiti del possibile del suo passato. Ed ecco l’idea (in gergo lo chiamano “riposizionamento” di mercato), scaturita sull’esempio di quanto hanno fatto colleghi come Carly SimonJackson Browne , con la sua collana “solo acoustic”: reincidere a tappe forzate il vecchio repertorio per ricrearsi un catalogo finalmente proprio e autofinanziarsi a costi ridotti, attraverso le vendite di cd e di download, le prossime produzioni. “Close-up vol 1, Love songs” è il primo atto di quest’operazione di recupero/restauro, da qui a fine 2012 seguiranno altri tre album organizzati intorno a temi diversi (“gente, luoghi e cose”, “stati esistenziali”, canzoni che parlando di famiglia). Questo primo capitolo, uscito in coincidenza con San Valentino negli Stati Uniti ma solo ora in Italia, raccoglie invece 12 canzoni d’amore (ma anche “di attrazione, corteggiamento e scontro”) selezionate lungo tutto l’arco della carriera, dal primo omonimo Lp del 1985 all’ultimo datato 2007. Niente “Luka”, niente “Tom’s diner”; d’altronde non si tratta di un greatest hits, e il songbook della Vega è abbastanza robusto e consistente da non risentirne. “Close-up”, registrato in intimità e praticamente in presa diretta, è ciò che promette: un primo piano, uno sguardo a distanza molto ravvicinata che ha il suono, il passo e l’atmosfera di un “live in studio”, di un intimo concertino in un minuscolo club o nel salotto di casa, quasi a tu per tu con lo spettatore: chitarra acustica e voce (con il microfono così vicino da coglierene anche le più piccole increspature), qua e là il basso di Michael Visceglia (al proscenio in “Stockings”) e la chitarra elettrica del puntuale e incisivo Gerry Leonard, qualche impercettibile sovraincisione. Suzanne ha rivisto le partiture originali modificando qualche sequenza di accordi, cambiando qualche tonalità, ritoccando lievemente qualche testo, secondo un procedimento di “work in progress” assolutamenteb legittimo e anzi naturale, trattandosi in fondo di folk songs o di “techno-folk”, come lei preferisce definirlo per rimarcare la sua familiarità con GarageBand, le nuove tecnologie e la musica fatta in casa col computer. “Small blue thing”, subito all’inizio, ci ricorda di cosa sia capace: un delicato, introspettivo e poetico autoritratto in un interno, che in punta di penna sfoggia una squisita sensibilità armonico-melodica e grande destrezza nel giocare con le parole, una cura particolare per il dettaglio e uno stile impressionistico che privilegia l’immagine alla pura narrazione: è la scuola di Dylan e di Cohen, di Joni Mitchell e di Laura Nyro, di quel Greenwich Village che Suzanne bazzicava da diligente e brillante scolaretta ai tempi degli esordi al Cornelia Street Cafè. Da quel primo, bellissimo album assolutamente controcorrente in epoca di Madonna, New Romantics e techno pop arriva anche “Marlene on the wall”, il primo successo, qui rivisto al ralenti ma molto simile all’originale (la smorfia ironica della Dietrich che da un poster affisso al muro della cameretta osserva le disavventure amorose della protagonista è un magistrale artificio poetico), mentre “Gypsy”, dal best seller “Solitude standing”, replica il modello folk club & fingerpicking con risultati quasi altrettanto apprezzabili. Il gioco si fa più difficile e interessante nei pezzi recuperati da “99° F” e “Nine objects of desire”, i dischi anni Novanta in cui le immacolate miniature di Suzanne venivano manipolate, sporcate e gentilmente brutalizzate dall’ex marito Mitchell Froom, all’epoca uno dei produttori più “in” degli States, a forza di beats elettronici, effetti e rumorismi in stile “industrial music”. Qui le si riascolta quasi in formato demo, pre trattamento di studio: “(If you were) In my movie” conserva il suo swing trasformandosi quasi in un talking blues, “Caramel” rinuncia all’arredamento lounge mantenendo il ritmo da bossa nova Jobimiana e un sottile erotismo (quando vuole Suzanne sa essere molto sensuale, cfr. la succitata “Stockings”: “Sai dove finisce l’amicizia e inizia la passione?/Tra il bordo delle sue calze e la sua pelle”), mentre “Headshots”, scritta a quattro mani con Froom, resta astratta e cerebrale. “Love songs” finisce per essere anche un diario intimo e autobiografico: “Song in red and gray” (dal quasi omonimo, amaro “divorce album” dello stesso nome) rievoca il fallimento del primo matrimonio, “Bound” testimonia il rinnovato slancio amoroso nei confronti del secondo marito, il poeta e avvocato dei diritti civili Paul Mills. Bellissima “Harbor song”, che già nel titolo evoca il dondolio ipnotico di certe ballate “marine” di David Crosby , l’onirica “Some journey” ricorda la Mitchell del periodo aureo e l’arpeggio di “(I’ll never be your) Maggie May” profuma di tradizione e di orgoglio femminile. Tutto qui, tutto sottovoce. “Love songs” è solo un pretesto per far circolare aria nuova in casa, togliere polvere dagli scaffali, riverniciare qualche suppellettile consunta dall’uso (certi arrangiamenti e sonorità un po’ datate). Ma se, come dice la Vega nelle scarne note di copertina, si tratta di un regalo, lo accettiamo volentieri. Anche perché è “fatto a mano”, in ossequio un modo nobile e classico di scrivere canzoni di cui purtroppo sembrano essersi perse nuovamente le tracce.

Alfredo Marziano (www.rockol.it)

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  • 1. bride dresses  |  marzo 22, 2011 alle 5:30 am

    It wouldnt work in the winter in colder climes as it would freeze up.

    Rispondi

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