Archive for giugno 21, 2010

Tom Petty & The Heartbreakers – Mojo ( cd -2lp )

Il nuovo disco di Tom Petty & The Heartbreakers, il sorprendente Mojo, prende origine dalla prima canzone del disco del 2006 (Highway Companion), un blues rock alla Howlin’ Wolf / ZZ Top dal titolo di Saving Grace, e dal disco del 2008, Mudcrutch, un ritorno alle origine, sia di Petty con la sua prima band, che alle radici dell’ispirazione del suo rock. La crisi creativa è una situazione con cui Tom più volte si è trovato a confrontarsi, sin dai lontani tempi di Southern Accent (1985), quando si racconta che si sia rotto una mano prendendo a pugni il muro per la frustrazione. Il passaggio, negli anni novanta, dall’etichetta MCA alla Warner Bros segnò anche il passaggio da un rock & roll più vivo ad un sound cantautoriale che per quanto talora di ottima fibra ha progressivamente portato (Wildflowers, Echo) il suono dei dischi della band verso una stasi creativa ed un sound più noioso, un cul de sac ben rappresentato da The Last DJ. È da Highway Companion, attraverso l’esperienza dei Mudcrutch ed anche dal recupero dell’eredità della band nel percorso della Live Anthology, che Petty e soci cercano ispirazione nelle pulsioni che all’origine li hanno mossi verso l’amore del rock & roll, e con Mojo centrano in pieno il bersaglio.
I sessantacinque minuti del disco ne fanno per lunghezza un doppio LP di una volta, come Blonde On Blonde, White Album, Layla, Exile On Main Street, London Calling, The River; tradizionalmente la summa creativa dell’anima dell’artista. Di tutti i dischi citati Exile è quello che più simboleggia l’ultimo sforzo degli spezzacuori: come Mojo è un disco torrido che procede a tutto vapore viaggiando con l’essenza / la benzina del rock & roll anche a prescindere dalle singole canzoni ma in indivisibile tutto, come fosse un live show. Mojo è pari ai dischi che più mi hanno divertito nella mia lunga carriera di fruitore del rock & roll. Le canzoni sono fatte di un compatto, robusto tessuto che è cesellato dell’evocativa voce di Tom, dalla sfrenata chitarra solista di Mike Campbell (mai così libero e scatenato) e dal sapiente lavoro di accompagnamento degli altri ragazzi. Un tessuto, una texture, in un cui c’è dentro tutto il rock & roll ma che non si ispira a nessuno in particolare se non al grande lavoro, all’opus magnum, che gli Heartbreakers hanno saputo generare nei trentacinque anni da cui si trovano on the road. Non cito Howlin’ Wolf, né gli Allman o i Dominos perché il rock dei sedici brani è ormai Tom Petty & Heartbreakers al 100%. L’unico nome che potrei fare è quello dei Dire Straits del primo album per l’influenza che spesso hanno sulla chitarra di Campbell.
Chiudo citando a paragone Damn The Torpedoes, Full Moon Fever, The River. Un lavoro di cui non ci dimenticheremo.
★ ★ ★ ★ ★ (capolavoro) Genere: ROCK Reprise, 2010 in breve: un “doppio LP” fatto del tessuto dei capolavori degli anni settanta.

Blue Bottazzi (http://bluebottazzibeat.blogspot.com)

giugno 21, 2010 at 6:19 PM 2 commenti

Damien Jurado – Saint Bartlett ( cd – lp )

Nella lunga carriera di un cantautore, vi è un momento in cui guardarsi alle spalle, raccogliere i propri ricordi per continuare a narrarli in musica e al contempo imprimere nuovi slanci a una scrittura e a interpretazioni riconoscibili e apprezzate nel loro piglio caldo e profondo.

Questo momento, per Damien Jurado, è coinciso prima col recente lavoro in vinile realizzato insieme al fratello Drake a nome Hoquiam e adesso con il suo nono album in studio, realizzato grazie alla supervisione produttiva del compagno d’etichetta Richard Swift e dedicato quasi interamente a luoghi, ricordi e immagini rimaste impresse nella sua memoria, dalla quale adesso riaffiorano per essere cantate in maniera ancora più intensa e ovattata rispetto a quanto avvenuto negli ultimi dischi. 

Se infatti già il precedente “Caught in the trees” liberava parzialmente la poetica del cantautore di Seattle dalle invasive derive alt-country che l’avevano caratterizzata in tempi recenti, il nuovo “Saint Bartlett” fa scolorare ormai del tutto l’immagine di Jurado quale rocker da highway per restituirlo a quella più intima di narratore di racconti e sensazioni. La dimensione di Damien Jurado in questo lavoro torna ad essere estremamente personale, così come scarno e discreto è il contributo della band che l’accompagna e quello di una produzione tanto curata nei suoni quanto parca negli interventi sul tessuto connettivo dei brani. 

Eppure, non bisogna pensare a “Saint Bartlett” come a un disco dimesso e pessimista, nelle tematiche o nei toni. Tutt’altro: è vero che i dodici scorci immortalati dalle canzoni rimandano a una sottile nostalgia di luoghi, persone e visioni disperse nel tempo, ma lo spirito e l’abito sonoro dei brani denotano un romanticismo descrittivo e tutto sommato positivo, incorniciato ora da briose note di piano, ora da fraseggi elettrici e cadenze ritmiche in bilico tra una percussività narcolettica e la repentina vivacità di un handclapping.

Benché non manchino un paio di residui blues elettrici (“Wallingford“, “Kalama“) e saltuarie incursioni nell’essenzialità della formula voce-e-chitarra, in “Saint Bartlett” Jurado sembra volersi distaccare nettamente dai cliché del cantautorato più classico, tornando a prediligere, soprattutto nella seconda metà del lavoro, una formula lieve e ovattata, che nelle atmosfere sospese generate da arrangiamenti d’archi e da tenui iterazioni organiche trova il contesto ideale per narrazioni quasi sottovoce di cartoline innevate (“Falling Snow“) e luoghi segnati dalla promessa di un ritorno (l’ottima “Kansas City“). 

Il riaffiorare dei ricordi rappresenta dunque al contempo una sorta di apertura alla speranza, connotata da un lato da una significativa ricchezza di arrangiamenti e dall’altro dal rifugio in un’intimità niente affatto depressiva. Anzi, sono proprio i toni soffusi che nel complesso ne risultano a dimostrarsi ancora una volta particolarmente congeniali alla poetica e al timbro vocale dell’artista di Seattle, la cui sensibilità di scrittura, qui esplicitata prima nella vitalità della prima parte del lavoro e poi nell’uniformità un po’ troppo insistita della seconda, continua a collocarlo con merito tra i più costanti, ancorché meno celebrati, songwriter statunitensi dell’ultimo decennio.

Raffaello Russo (www.ondarock.it)

giugno 21, 2010 at 4:20 PM Lascia un commento


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