Bettye LaVette – Interpretations: The British Rock songbook ( cd )

giugno 15, 2010 at 4:40 pm Lascia un commento

Un disco di intramontabili classici pop rock regalerà finalmente a Bettye LaVette, beautiful loser della musica soul, il successo mainstream che insegue e merita da decenni? E’ quanto si augura Rob Bowman, studioso insigne di musica afroamericana e specialista del genere, nelle note di copertina dell’album. Sacrosanto: sarebbe un riconoscimento tardivo ma dovuto, perché la minuscola cantante cresciuta a Detroit, patria della Ford e della Motown, è (accanto alla chicagoana Mavis Staples) la migliore interprete vivente di una gloriosa tradizione, oggi che le icone Aretha Franklin ed Etta James veleggiano su rotte distanti dall’autenticità delle origini. Ha vissuto una vita intera nella loro ombra, Bettye, finché di lei si è accorto un discografico dalle orecchie lunghe e senza preconcetti, Andy Kaulkin della Anti, sotto la cui custodia Bettye sta vivendo un’inattesa seconda giovinezza artistica testimoniata da dischi come “I’ve got my own hell to raise” (2005, prodotto da Joe Henry) e “The scene of the crime” (2007, inciso in compagnia dei Drive-by Truckers). Due album che, insieme alla partecipazione alla cerimonia di insediamento di Barack Obama a Washington, hanno portato la LaVette sotto gli occhi del pubblico più attento, lo stesso che avvicinerà con curiosità e forse anche con qualche apprensione queste dodici “interpretazioni” dal “canzoniere British rock”, ponte virtuale tra le due sponde dell’Atlantico che gioca di rimando, una volta di più, tra l’uovo e la gallina, le influenze reciproche che intercorrono tra musica inglese e musica americana. “Interpretazioni” è la parola giusta, la chiave di lettura: la LaVette ha una personalità troppo debordante e uno stile vocale troppo singolare per assecondare fedelmente scansioni e partiture degli originali, e poi che senso avrebbe replicare alla lettera brani così famosi? Dotata di una grinta che è probabilmente frutto di un forte sentimento di rivalsa (può testimoniarlo chi l’ha vista esibirsi recentemente dal vivo, anche in Italia), Bettye è una piccola leonessa che le canzoni le graffia, le lacera, le divora, succhiandone il sangue e facendone a pezzi la carcassa: il risultato è sempre diverso e originale, un concentrato di lamento, feeling e disperazione piegato al suo sentire e al suo ritmo interiore. Diverse delle canzoni che ha scelto per questo progetto, lo ammette lei stessa, le erano sconosciute (le stazioni radio black non le passavano…), e molto ha dovuto lavorare sui testi affinché quelle parole, sintonizzate con il sentire del pubblico bianco dei ’60 e ‘70, assumessero un senso anche per lei. Gli unici ad esserle davvero familiari erano gli ubiqui Beatles, già molto frequentati dal soul (la “Eleanor Rigby” della Franklin, la “Day tripper” di Otis Redding) e da lei stessa, che inizialmente aveva pensato a un album di sole cover dei Fab Four. Ci ha ripensato, limitandosi a un solo titolo, e neanche dei più famosi: “The word”, il saltellante soul-beat da “Rubber soul” che nelle sue corde vocali e nelle mani dell’eccellente arrangiatore Rob Mathes diventa un torrido funk alla James Brown reinventando in maniera convincente l’originale. L’omaggio si estende alla produzione solista dei quattro di Liverpool (escluso Lennon, come mai?: Bettye e la sua eccellente band (c’è anche il chitarrista Shane Fontayne, che qualcuno ricorderà a fianco di Bruce Springsteen) tengono schiacciato il pedale del ritmo su “It don’t come easy”, rinvigorendo con massicce dosi di r&b l’easy listening di Ringo Starr. Di “Maybe I’m amazed” ( dedica di Paul McCartney alla moglie Linda) conservano la melodia ma non le morbidezze vellutate, mentre “Isn’t it a pity” (di George Harrison, era il lato b di “My sweet lord”) porta già in sé un tale senso di colpa e di rimpianto da trasformarsi tout court in una grande torch song. Siamo sul versante melodico del disco, che abbraccia anche l’ Elton John di “Don’t let the sun go down on me” (impeccabile) e i Led Zeppelin di “All my love”, spogliata dagli orpelli barocchi dell’originale di “In through the outdoor” ma intatta nel suo feeling di struggente e dolorosa dolcezza (Robert Plant la scrisse in memoria del figlioletto Karac). “Nights in white satin” dei Moody Blues mantiene la sua carica epico-drammatica anche senza le sontuose orchestrazioni d’archi (e quando Bettye urla “I love you” fa accapponare la pelle), “Wish you were here” dei Pink Floyd vive nel ricordo di Marvin Gaye, David Ruffin e Eddie Kendricks invece che in quello di Syd Barrett. E’ forse la reinterpretazione più radicale (con lievi alterazioni anche alla struttura melodica e del testo), al cospetto di una delle canzoni più conosciute della storia del rock: complimenti per il coraggio, ma l’originale resta inarrivabile, questa versione non è altrettanto fluida e stavolta l’azzardo non paga. Non me la sento, insomma, di segnalarla tra le “highlights” del disco, e personalmente avrei fatto a meno anche dell’ennesima versione di “Don’t let me be misunderstood”. Viceversa è riuscitissima “No time to live”, canzone magnificamente malinconica e poco conosciuta dal repertorio dei Traffic di cui anche Brian Auger & the Trinity, nel lontano 1970, diedero una bella rilettura. Bella anche “Salt of the earth”, che gioca sul sicuro e serve a riportare tutto a casa rimarcando le radici blues, gospel e r&b dei Rolling Stones ai tempi di un album imprescindibile come “Beggars banquet”. Last but not least, e anzi meglio di tutte, la bonus track registrata dal vivo nel settembre del 2008 al Kennedy Centers Honor: una versione intima, sofferta, torcibudella ma encomiabilmente misurata di “Love reign o’er me” (il sigillo indimenticabile a “Quadrophenia” degli Who , ricordate?), che ha fatto commuovere fino alle lacrime perfino quel cinico sentimentale di zio Pete (Townshend). Intanto Plant ha proposto a miss LaVette di aprire il suo prossimo tour, Elton John si professa sostenitore di lunga data e Keith Richards si è iscritto d’ufficio al fan club. Chi siamo, noi, per contraddirli?

(Alfredo Marziano) (www.rockol.it)

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