Ian Hunter live all’Alcatraz di Milano, venerdì 7 maggio 2010

maggio 10, 2010 at 5:26 pm Lascia un commento

Una serie di favorevoli circostanze. Prima esce il nuovo disco di Graham Parker che pur registrato a New York è profondamente british e mi riporta ai giorni di London Calling. Tanto che decido di rivedere Londra dopo dieci anni di assenza e detto fatto ecco un week-end che se pure non mi dice molto dal punto di vista musicale mi entusiasma per la vivacità della città, la più bella del mondo. Ritorno giusto in tempo per leggere la recensione della ristampa di Exile on Main Street a firma Mauro Zambellini, che quando racconta degli Stones si supera e quando parla di Exile ancora di più – e subito dopo mettermi in auto alla volta dell’Alcatraz di Milano per assistere al concerto di un’icona del Brit Sound, il grande Ian Hunter.
Non guido volentieri l’auto, ma adoro infilarmi in autostrada al crepuscolo: il tramonto infuocato di un giorno di pioggia di fronte a me, le luci rosse delle poche auto in giro, il CD di Man Overboard ad alto volume sullo stereo, grandi aspettative. Quando arrivo all’Acatraz sono sorpreso che il pubblico non sia molto (credevo che Hunter avesse molti fan in Italia) ma è comunque di alto livello: incontro addetti ai lavori come Zambo, Fabio Cerbone, Nicola Gervasini, Gianfranco Callieri, Ernesto De Pascale e Renato Cifarelli e musicisti come “Sonny” Larocca e tanti altri che mi scuso di non citare. Ci beviamo una birra in attesa del grande evento.
Che si materializza alle 10:30 precise quando Ian Hunter e i suoi drughi fanno l’ingresso sul piccolo palco. Lui, Ian, boccoli biondi ed immancabili occhiali, così british nell’abbigliamento con tanto di cravatta e gilet. Teppisti i musicisti – la Rant Band – in bombetta, con lo strepitoso chitarrista Mark Bosch che davvero assomiglia a un drugo di Arancia Meccanica. È subito rock & roll con Once Bitten Twice Shy, il primo brano del primo album solista di Hunter, ed anche il primo hit. Il suono è splendido: Ian ha ancora una delle voci più belle e potenti del rock, roca e vissuta, e la sua personalità è straripante, catalizzando il rockin’ & rollin’ (& stones) della band. Hunter imbraccia una chitarra acustica che caratterizza il suo stile: un crossover tra il brit rock dei Rolling Stones e le ballate robuste del suo amico Bob Dylan. Il brano che segue è il secondo dello stesso album (l’omonimo Ian Hunter del 1975), Who Do You Love. Il suono della band è elettrico ma Hunter tiene forte il timone sulla ballata con le lunghe Rip-Off e Death Of A Nation (Rant) e Soul Of America (Shrunken Heads). Parte poi la serie di pezzi dall’ultimo Man Overboard (River Of Tears, The Great Escape, Flowers) interrotte solo da una incredibile Rain (Short Back’n Sides) nella versione più bella da sempre, e il medley di 23a Swan Hill / Sweet Angeline (Artful Dodger / Brain Capers). Il concerto è delizioso, così intimo e sembra incredibile vedere uno dei nostri eroi di sempre sprizzare tanta energia a pochi metri da noi, come se ci trovassimo in un club dell’East Village. Mark Bosch recita allo stesso tempo le parti di Keith Richard e Mick Taylor.
La tensione si impenna con la bella Man Overboard e raggiunge il color bianco con una pazzesca rovente rollante versione di Sweet Jane di Lou Reed (da All The Young Dudes dei Mott The Hoople, la vecchia band di Hunter). Per un attimo ho un deja vu e rivedo i Mink DeVille con Willy che fa il passo dell’oca con la Gibson in Cadillac Walk. Ma Hunter tiene le redini salde sullo show ed in qualche modo sembra controllare che non decolli troppo in rock a scapito dell’intima atmosfera delle ballate. Si siede al piano e l’atmosfera si fa di nuovo più tranquilla con Up and Running (Man Overboard), Dancin’ On The Moon (Dirty Laundry) ed una versione di Somewhere di West Side Story di cui francamente avrei fatto a meno, mentre si rifiuta di eseguire Standin’ In My Light e Irene Wilde di cui pure accenna un attacco, una sola strofa che in pochi attimi sembra far decollare lo show a livelli da leggenda.
Il rock & roll di Wild East (da You’re Never Alone) chiude uno show che sta un po’ frenando, per rilanciarlo in un bis tutto rubato al repertorio dei Mott The Hoople: All The Way From Memphis (Mott), Roll Away The Stone (the Hoople), Saturday Gigs (singolo) e l’immensa All The Young Dudes di David Bowie (All the Young Dudes). Quando le luci si riaccendono non mi resta che domandarmi: sogno o son desto?

Blue Bottazzi (http://bluebottazzibeat.blogspot.com/)

Annunci

Entry filed under: News Musica, Notizie.

Il riccio di Mona Achache ( dvd e b-ray ) Barnetti Bros Band – Chupadero ( cd )

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Trackback this post  |  Subscribe to the comments via RSS Feed


Iscriviti al gruppo Alphaville su Facebook
Vista il sito dell'Associazione CINEROAD
Videosettimanale telematico di attualità e cultura
il suono degli strumenti
maggio: 2010
L M M G V S D
« Apr   Giu »
 12
3456789
10111213141516
17181920212223
24252627282930
31  

Blog Stats

  • 136,563 hits

Commenti recenti


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: