Woven Hand – The Threshingfloor ( cd – lp )

maggio 7, 2010 at 6:34 pm Lascia un commento

Quando si dice un outsider. David Eugene Edwards, originario del Colorado nonché responsabile unico della sigla Woven Hand, non è un profeta in patria: tanto che oggi i dischi se li fa pubblicare dalla tedesca Glitterhouse, avamposto europeo di parecchi americani “non allineati” come lui. Non è neppure uno di cui si parla tanto spesso o il cui nome circoli sulla bocca di tutti, anche se a inizio carriera – ai tempi dei primi dischi dei non dimenticati 16 Horsepower – era sotto contratto con la potente A&M del gruppo PolyGram (e sembra davvero di parlare di un’altra era geologica: quale major oggi darebbe fiducia oggi a un tipo del genere?). Peccato, perché da allora Edwards ha tenuto con cocciutaggine una linea artistica coerente, solida, originale, spesso avvincente: e sarebbe ora, in epoca di pieno folk revival (variante “gothic”, se si accetta l’etichetta che normalmente gli viene affibbiata), che ci si riaccorgesse di lui e della sua strana, ammaliante proposta musicale. Anche perché “The threshingfloor”, sesto capitolo discografico dei Woven Hand, sembra collocarsi subito ai piani alti della sua produzione, aprendo orizzonti e frontiere nuove. Potenza della suggestione dei luoghi in cui è stato concepito e realizzato (in territorio indiano, ai piedi delle montagne) e dei recenti tour che il gruppo ha tenuto in paesi come Serbia e Croazia, Turchia e Macedonia. Cosi sì spiegano gli aromi balcanici, nordafricani e mediorientali che speziano la musica, accanto ai consueti e profondi echi “western” e appalachiani da Ottocento rivisitato; così la perfetta convivenza di chitarre acustiche ed elettriche, di slide, banjo, viole e percussioni (il tessuto tradizionale del suono Woven Hand) con l’oud greco, il saz turco, i flauti dei pastori ungheresi. L’ambizione dichiarata di Edwards era di creare “soundscapes” che riflettessero i panorami naturali che lo hanno ispirato, picchi montuosi, cieli stellati e canyon attraversati da venti sibilanti che “evocano il soprannaturale e ricordano all’uomo la sua piccolezza”. Obiettivo centrato: germogliando dalle profonde radici della tradizione (americana, e di altre parti del mondo) le canzoni di Edwards conservano un’aura ultraterrena e fortemente spirituale, un carattere rituale, un immaginario fitto di allegorie e metafore religiose (David è un cristiano praticante e lo stesso nome del gruppo, la “mano intrecciata”, allude all’atto della preghiera); oggi più che mai sembrano abitare un tempo e un luogo imprecisato, “tra la Mongolia e il Sud Dakota”, restando sovente sospese in uno stato di trance. “Gothic folk” è magari una definizione riduttiva ma rende l’idea, perché su questa musica onirica e visionaria aleggia sempre un senso di minaccia, una cappa di tenebra e mistero che dischiude spiragli sull’ignoto: spesso la voce scura di Edwards sembra sollevarsi dagli inferi (“Sinking hands”) o dalle viscere ancestrali della terra. E non fosse che il termine sta diventando desueto, sempre più generico e impreciso, l’espressione “world music” può servire a delineare il perimetro ampio entro cui si collocano la danza derviscia della title track, il canto pellerossa di “Raise her hands”, il ritmo tribale di “Behind your breath” (non lontano da certe esplorazioni esotiche dei Dead Can Dance di Lisa Gerrard e Brendan Perry). Il rock non è dimenticato: in “A holy measure” si materializzano fantasmi doorsiani e velvettiani, la insistente batteria elettronica di “Truth” rievoca per un attimo la new wave di Joy Division e Killing Joke, il flauto di “The threshingfloor” e di “Terre haute” (ipnotica come una taranta) resuscita in qualche modo le atmosfere mistico-pagane della Incredible String Band degli anni Sessanta, mentre c’è persino un’ombra dei primissimi Pink Floyd barrettiani nel breve frammento strumentale di “Wheatstraw”. Ma sono riferimenti da prendere con le pinze, deboli tracce che raccontano solo piccole schegge del complesso e singolare universo poetico di Edwards: accostarlo ai Violent Femmes di “Hallowed ground”, un altro viaggio onirico e anticonvenzionale tra simbologia religiosa e “Americana”, pensare a un incrocio tra Nick Cave e Jeffrey Lee Pierce (soprattutto nel rock’n’roll di “Denver city”, omaggio alla città di residenza che chiude il disco sparigliando le carte e riportando tutto a casa) non risolve l’enigma dei Woven Hand e di Edwards, un lupo solitario che abita in un mondo arcano e tutto suo.

Alfredo Marziano (www.rockol.it)

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