Kaki King – Junior ( cd )

aprile 14, 2010 at 3:56 pm Lascia un commento

Al primo ascolto ero indeciso se cestinarlo. Al secondo ho realizzato che ´Junior´ è un gran disco. Mea culpa! Ho impiegato molto tempo per disaffezionarmi dall’immagine della King tessitrice di strumentali mozzafiato, e dai suoi primi due album. Sì, la ragazza che usava la sua Ovation con una tecnica simile a quella di Preston Reed (etichetta che giustamente le è stata stretta fin da subito).
´…Until We Felt Red´ (2006) è l’inizio di una rincorsa all’equilibrio tra un ´classico´ songwriting – strofa/ritornello, melodie lineari- e la sua inclinazione alle suite, acustiche e percussive o elettriche, evocative come delle soundtrack, talora psichedeliche. Equilibrio trovato nell’ottimo ´Dreaming Of Revenge´ (2008) in cui convivono armonicamente semplicità e sperimentazione, vocalità e silenzio, ma Kaki se ne infischia e manda tutto all’aria. Di qui lo spaesamento iniziale, superato il quale però, è solo delizia! ´Junior´ contiene tre strumentali, affascinanti come sempre, ma senza nessuna novità di rilievo: ´Everything Has An End, Even Sadness´, ´My Nerves That Committed Suicide´, con un imponente bridge che piacerebbe ai Motorpsycho, e ´Sloan Shore´. Il resto sono canzoni che affondano le radici in disparati generi musicali, ed è una vera goduria ascoltare come KK si muova con naturalezza in questo labirinto di stili. Il dinamismo creato dalla sezione ritmica è una delle chiavi del disco: ´The Betrayer´ parte a razzo giocando con l’alternanza vuoto/pieno (sempre d’impatto), chitarra stoppata nel verse e accordi aperti dal respiro arioso nel chorus -da segnalare la maturazione vocale di Kaki e un solo di chitarra! ´Spit It Back In My Mouth´, dal motivo rétro, pesca nel mare psych degli Stereolab e stende arpeggi di sei corde su un groove letale; ´Falling Day´, simile nella struttura, butta via la psichedelia e si fa ´space´ (con gran lavoro di Dan Brantigan all’EVI -sorta di sax midi); ´Communist Friends´ ci catapulta in un mondo di britpop zuccheroso consegnandoci il secondo solo dell’album. Niente hammering, tapping o fanning quando la King imbraccia l’acustica, solo -si fa per dire- ballad dalla spiccata essenza pop (altra chiave di lettura dell’album): ´The Hoopers Of Hudspeth´, che troverebbe il suo spazio vitale persino in una pietra miliare come ´OK Computer´, ci scombussola l’animo con l’irripetibile mestizia di Elliott Smith, ´Sunnyside´, leggera e inconsapevole, cala il sipario su undici brani da cui è difficile prescindere. Perla rara!

Alessandro Passarelli (www.mescalina.it)

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