The Flaming Lips – Embryonic ( cd – 2cd+dvd – 3lp )

novembre 30, 2009 at 7:57 pm Lascia un commento

La band di Wayne Coyne attraversa da sempre in maniera obliqua il mondo della musica rock, generando sovente palesi eccessi: partiti in era post-punk, alla fine degli anni 90, generarono un lavoro ultra-complesso come “Zaireeka”, il quale prevedeva l’ascolto simultaneo di ben quattro cd. Un percorso che non rappresenterà il massimo della coerenza, ma che dimostra senza ombra di dubbio un innato gusto per l’avventura.
Da quell’oramai non vicinissimo 1997, “Embryonic” è il loro progetto più ambizioso, la summa delle più evidenti inclinazioni palesate dalla band durante il proprio percorso artistico.

“Embryonic” è un doppio, dura ben settanta minuti e annovera al proprio interno diciotto nuove composizioni: un menù ricco e di alto profilo, una sorta di reazione alle recenti tendenze alt-pop rappresentate in “At War With The Mystics” e “Yoshimi Battles The Pink Robot“.
Il suono di “Embryonic” rappresenta una sorta di stravagante sintesi fra le propensioni kraut-electro dei Radiohead di “Kid A/ Amnesiac” e i Pink Floyd più psichedelici, quelli dell’era Barrett tanto per intenderci. Posizionate il lettore sulle prime due straripanti tracce di “Embryonic” (“Convince Of The Ex”, una sorta di “Zoo Station” del nuovo millennio, e “The Sparrow Looks Up At The Machine”) e dite se non sono la folle attualizzazione dell’opera svolta da Yorke e soci qualche anno fa. Poste lì a inizio sequenza, danno il mood all’intero disco, caratterizzandolo oltremodo per quello che in fondo poi non riesce a essere (cioè un disco profondamente sperimentale da dieci e lode).
Infatti dalla terza traccia il lavoro prende una piega psych-oriented, contaminandosi di soluzioni tipicamente pinkfloydiane, non nuove nell’immaginario dei Lips, basti ricordare la “Pompeii Am Gotterdammerung” di tre anni fa.

I frutti di tale approccio sono rintracciabili soprattutto in “Gemini Syringes”, nella lunga “Powerless”, arricchita da un ossessivo solo di chitarra, e in quella “If”, citazionista sin dal titolo.
Cinque episodi implicano il nome di un segno zodiacale nella prima parola del titolo, una delle bizzarrie di Wayne, che in questo caso ha una spiegazione tutt’altro che cervellotica. Il gruppo tempo fa iniziò a registrare una serie di free form session, e convenzionalmente furono assegnati come titoli provvisori i segni dello zodiaco: una sintesi di cinque di queste, quasi completamente strumentali, sono finite nella tracklist definitiva. Per questo motivo “Embryonic” assume per larga parte l’aspetto di una folle jam neo-psichedelica, con mille schegge impazzite che si rincorrono e qualche digressione strumentale old style.

Fra gli ospiti spicca la presenza di Karen O (Yeah Yeah Yeahs!) che tinge di meravigliosa ingenuità “I Can Be A Frog”, dilettandosi a imitare i versi degli animali citati da Wayne, ridendo come un’adolescente attraverso la cornetta di un telefono. La bella Karen è protagonista anche nella conclusiva “Watching The Planets”, titolo che torna a far presumere un disegno concettuale unitario alla base dell’album, se sommato ai richiami allo zodiaco e alle voci di astronauti disseminate su alcune tracce.

La contemporanea presenza di queste situazioni ambient-cosmiche ci autorizzano ad interpretare l’intero lavoro come un virtuale viaggio interstellare.
Ma il dubbio resta: ci troviamo dinanzi a un concept (nel senso di disco pensato come un progetto unitario), a una raccolta di outtake (molti brani sembrano frutto delle session di altri loro dischi), oppure Coyne e compagnia si stanno semplicemente prendendo gioco di noi?
Insomma: è tutto pensato oppure tutto frutto di una fortunosa casualità?
Con certezza possiamo definire “Embryonic” come un disco cupo, dove i temi trattati riguardano prevalentemente ossessioni, isolamento, follia, sottomissione, crudeltà, orrore, dispiacere e paranoie assortite. Se si sfrondassero le canzoni dai contenuti elettronici e distorti, il distillato che otterremmo sarebbe un qualcosa di vicinissimo ai Joy Division, sia per i toni foschi e meno da cartoon rispetto al passato, sia per la disperazione che emerge da molte liriche, inverosimilmente prossime all’anima del compianto Ian Curtis, sia per l’intensa interpretazione fornita da Coyne. Chitarra e basso raramente svolgono una linea melodica, ripetendo spesso giri di note fissi, talvolta opprimenti, in linea con la tensione generata delle strutture liriche e musicali tutt’altro che allegre.

I Flaming Lips si lanciano a briglie sciolte con piglio da rocker soltanto su un tratto di “The Ego’s Last Stand”, nella parabola hard-rock tecnologica di “Worm Mountain” e nella colorata “Silver Trembling Hands”, in grado di mandare definitivamente in soffitta tutte le manfrine degli Animal Collective.
Sin dal titolo, “Embryonic” dimostra la volontà della band di far confluire nel progetto un caleidoscopio di idee, senza la necessità di elaborarle completamente, bensì lasciando di proposito molte situazioni allo stato embrionale. L’obiettivo pare quello di riconciliarsi con le proprie radici lo-fi, sposandole alla perfezione con il gusto per la grandeur tipico dei dischi più recenti.

Ovviamente in un lavoro di settanta minuti non tutte le ciambelle riescono col buco: qualche momento di stanca si annida fra le pieghe della ninnananna spaziale “Evil”, del mantra religioso “Virgo Self Esteem Broadcast” e della indisponente “The Impulse”, in pratica una rimanenza di magazzino dei Daft Punk.
Resta l’amarezza per tutti quei talenti della musica contemporanea dai quali ci saremmo aspettati, più che da Coyne, il capolavoro neo-psichedelico del decennio. Penso a Jonathan Donahue dei Mercury Rev, a Steven Wilson dei Porcupine Tree, o a Gruff Rhys dei Super Furry Animals. Ma oltre al talento serve il coraggio, la voglia di osare, di rompere gli schemi, di fregarsene del mercato e delle aspettative degli addetti ai lavori. Con queste premesse, avremmo dovuto prevedere proprio dai Flaming Lips un album del genere, visto che tali caratteristiche le possiedono tutte.

“Embryonic” si dimostra disco audace, teso, ipnotico, senza uno straccio di hook, apparentemente privo di un ordine logico e ricchissimo di strutture anticonvenzionali, in grado di mostrare il coraggio di una band che, pur non avendo più nulla da dimostrare, si rimette in gioco, prendendosi rischi non indifferenti. Uno sforzo di questa portata poteva essere prodotto soltanto da una formazione esperta e navigata, che in questi solchi riesce però a manifestare la stessa forza di una band emergente. “Embryonic” alla fine dei conti si dimostra un ascolto assolutamente gratificante.
Siamo quasi alla fine di ottobre e non ho ancora scovato il disco dell’anno: potrebbe essere questo?

Claudio Lancia (www.ondarock.it)

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