Archive for giugno, 2009

Iggy Pop – Preliminaires ( cd )

E chi l’avrebbe mai detto che colui che segnò in maniera indelebile l’epoca del garage rock americano e che con gli Stooges fu fra coloro che spalancarono le porte al punk rock (e di conseguenza al post-punk, alla new wave, al noise, all’industrial, al goth, all’hardcore, al thrash e a tutto ciò che da lì si è evoluto e ramificato), dopo trent’anni di succesiva carriera solista, dopo la morte a gennaio del fido chitarrista Ron Asheton, se ne sarebbe uscito con l’idea folle di fare un disco jazz, ispirato dal libro La Possibilité d’une île (“La possibilità di un’isola”) di Michel Houellebecq.

Da qualche tempo infatti il non più giovanotto Iggy Pop manifestava l’idea di non essere più adatto a quella vita musicale frenetica imposta dai ritmi del rock’n’roll e di voler, almeno in studio, tentare di fare qualcosa di più calmo e meditato, più consono alla sua ormai diversificatasi ispirazione e che potesse fisicamente reggere più facilmente.
Poi, d’improvviso, l’annuncio shock: “ad un certo punto mi sono stufato di ascoltare imbecilli che schitarrano robaccia e ho iniziato ad ascoltare un sacco il jazz del periodo di New Orleans, quello di Louis Armstrong e Jelly Roll Morton. E ho sempre amato anche le ballate più tenui. […] il mio prossimo album sarà più calmo e con alcuni elementi jazz”. Album che ha un titolo francese, Preliminaires, e alcune canzoni cantate in francese; sul retro degli uffici dei maggiori magazine punk saranno stati ritrovati dei redattori suicidi strangolatisi con il cavo del mouse dei loro computer.

Probabilmente i più che Iggy Pop lo hanno solo sentito vagamente nominare lo conosceranno giusto per The Passenger (dal relativamente storico album Lush for Life), una delle canzoni più famose della storia del rock e che sta a lui come Sultans of Swing sta ai Dire Straits, Hold the Line sta ai Toto, Another Brick in the Wall sta ai Pink Floyd ecc. (cioè il primo tizio che passa per strada con tutta probabilità di lui conosce solo questa canzone e magari non sa neanche l’autore è proprio lui). Perciò a molti questa dichiarazione sul disco jazzato non tangerà più di tanto.
Però per chi conosce maggiormente lui, il ruolo che ha avuto nella storia del rock e soprattutto l’importanza che ha rivestito con i suoi Stooges nello spargere i semi di un genere, si sarà certamente chiesto se il buon vecchio Iggy non fosse forse impazzito.

In realtà comunque questa “svolta jazz” va ridimensionata parecchio. C’è sì qualcosa, come nell’iniziale fumosa Les Feuilles Mortes (pezzo storico francese anni ’40 scritto da Joseph Kosma e Jacques Prévert), la bossa nova jazzata di How Insensitive (cover di Antônio Carlos Jobim) o nei fiati retrò brucianti di King of the Dogs.
Ma l’interpretazione di questo jazz comunque non ha la stessa classe genuina di quella di un vero compositore jazz, nonostante un’atmosfera soffusa e notturna pregevole ad avvolgere i brani.
E poi ci sono anche pezzi più bluesy, altri più folk, momenti consuetamente rockeggianti e parentesi melodico-atmosferiche che rimescolano le carte in tavola. In alcuni momenti sembra di trovarsi di fronte ad un Tom Waits o ad un Nick Cave (la liquida e malinconica Spanish Coast, ad esempio) e c’è persino un brano electro/synth, Party Time; una parentesi ironica e leggera, senza troppe pretese, per sperimentare qualcosa di diverso.
Il country-rock di She’s a Businness (cantata anche in francese da una voce femminile col titolo Je Sais Que tu Sais) è diretto, granitico, dall’incedere inesorabile, mentre il rock sporcato di blues di Nice to Be Dead suona elettrico e ciaciarone fino al midollo.
I Want to Go to the Beach: titolo essenziale, talmente stereotipato da sembrare quasi una parodia degli anthem cazzoni del movimento punk, soprattutto se la musica che accompagna le parole è lenta, dolce e malinconica, con un pianoforte tenue a scandire l’atmosfera insieme a placidi giri di note di chitarra ed effetti notturni.
Ed ancora He’s Dead/She’s Alive, breve intermezzo country in lo-fi prima del folk decadente di A Machine for Loving.

La parolina magica “jazz”, insomma, è stata un po’ gonfiata nel mese precedente all’uscita dell’album, visto che un vero disco interamente jazz in ogni sua nota sarebbe stato davvero sensazionalistico.
Però, anche se per certi versi ci sono punti di contatto nell’aura con un album come Avenue B, questo è comunque sufficiente a mostrarci un Iggy Pop con una veste completamente nuova, spiazzante, che sicuramente farà gridare al tradimento i puristi punkers, ma che per contro non mancherà di compiacere chi vede di buon occhio il cambiare e soprattutto il provocare.
Come già detto, il disco non presenta chissà quale eleganza compositiva inaudita, quali improvvisazioni briose ed eclettiche. Anzi, è un lavoro tutto sommato concettualmente semplice, leggero e scorrevole, che privilegia le atmosfere avvolgenti e le tonalità placide immergendo il tutto in un’atmosfera a metà fra il noir e il country-folk. In questo risulta anche godibile, soprattutto nei momenti più cupi e riflessivi, grazie anche al pregevole equilibrio fra immediatezza melodica e cura per gli arrangiamenti.
Più di tutto, però, è il senso di libertà ideativa, di volontà di scardinare i preconcetti e di provare nuove strade, a donare una vera freschezza al disco, in sè discreto, eppure intrigante sia per curiosità che per il retrogusto auto-ironico che fa capolino ogni tanto fra le note.

Diciamocelo: è molto più “ribelle” un sessantenne che insiste con i soliti dindini garage/punk (e che magari non è più neanche credibile a portare avanti almeno in sede live, vista l’età) oppure uno che spiazza tutti, vecchi e nuovi fan, con un disco completamente diverso dalla proposta che l’ha proiettato nell’Olimpo dei grandi del rock, con un divertissement tanto fresco e mordace quanto vivo e ponderato, con un lavoro sicuramente coraggioso e provocatorio?
Noi propendiamo per la seconda ipotesi.

giugno 15, 2009 at 11:10 am 1 commento

Iron & Wine – Around the well ( 2cd – 3lp )

Come si può riuscire ad accumulare la bellezza di ventitre brani extra, con appena tre album all’attivo (ed il quarto solo in programma), per tirarci fuori una collezione di b-sides e rarità? Impresa difficile per molti ma non per tutti, dato che Samuel Beam – al secolo Iron & Wine – non sembra soffrire di quei periodi di stanca che, volenti o nolenti, un po’ tutti gli artisti sono costretti ad attraversare fra una pubblicazione e l’altra. E così, dopo “The Shepher’s Dog” del 2007, eccolo di nuovo sugli scaffali dei negozi il cantautore della South Carolina, con un album, questo Around The Well, che solo colpevolmente può essere definito una raccolta di materiale di “scarto”. Organizzato in due cd, “Around The Well” contiene infatti una selezione di tracce rimaste fuori dai precedenti lavori, supponiamo più per motivazioni di “traffico” nelle tracklist che per reale demerito. Gran parte dei brani provengono direttamente da sessioni di registrazione per così dire “casalinghe”, inizialmente accantonati da Beam per essere ripresi all’occorrenza, ripresentati così com’erano nati, sporchi laddove erano sporchi, acerbi in alcuni momenti ed annacquati perchè ancora da sottoporre a “revisione”. Ma nonostante ciò (o forse ancor di più proprio per questi motivi) trasognati ed umorali, così come Iron & Wine ha abituato chi ha imparato a seguirlo nelle sue scorribande indie-folk. Se è vero, poi, che in entrambi i cd non si riesce a scorgere una canzone meno ispirata delle altre, è vero anche che pezzi come Hickory, Swans And The Swimming e Carried Home non faticano a lasciare il segno. Per non parlare delle vere “chicche” di “Around The Well”. Sacred Vision, infatti, è un vecchio brano, fra i primi della produzione di Samuel Beam, mentre Waitin’ For A Superman e Love Vigilantes sono due (riuscitissime) cover, rispettivamente di The Flaming Lips e New Order. A completare il quadro, una manciata di tracce scritte per la soundtrack di “In Good Company”, pellicola del 2004: Belated Promise Ring, God Made The Automobile e Homeward These Shoes, create ma poi non inserite nella colonna sonora ufficiale, e The Trapeze Swinger che, invece, ha trovato miglior fortuna rientrandovi. E proprio quest’ultimo brano, posto a conclusione dell’intero “Around The Well”, è un po’ la chiave di volta di tutto il lavoro, perchè contiene il verso che dà il titolo all’album e perchè – nonostante gli oltre nove minuti di durata – rappresenta un po’ la summa sonora della musica di Iron & Wine, con la delicatezza vocale del songwriter a pervadere ogni singola nota. Siamo sicuri si tratti di un’operazione collaterale, di un puro e semplice divertissement?

giugno 15, 2009 at 11:01 am Lascia un commento

The Millionaire di Danny Boyle ( dvd )

Capofila di un Occidente sempre più sedotto non dall’India millenaria ma dal suo cinema esagerato e rutilante nel quale si ritrovano tutti gli elementi dei grandi mélo di una volta, riattualizzati dallo sviluppo selvaggio del subcontinente indiano e dalle mostruose contraddizioni delle sue megalopoli. Ieri insomma la Londra di Dickens (o la Parigi di Eugene Sue ), oggi la Mumbai di The Millionnaire. Dove può accadere che un piccolo “intoccabile” cresciuto nelle baraccopoli diventi ricchissimo partecipando al quiz tv “Chi vuol esser milionario?” (format internazionale + contesto esotico: cosa volere di più?). Difficile però accettare che il miserabile Jamal, ragazzo del tè in un call center (altro elemento esotico e familiare), possa conoscere le risposte a tutte quelle domande che mescolano astutamente mitologie locali e cultura pop occidentale.

Così il potente presentatore del quiz lo fa sequestrare e torturare dalla polizia (potere poliziesco e potere televisivo: altra accoppiata diffusa di questi tempi). E mentre lui risponde, la sua storia incredibile scorre impetuosa sotto i nostri occhi. Dall’infanzia, libera se non spensierata, nei vicoli di Bombay (poi Mumbai) alla morte della madre, uccisa in un’incursione di fanatici islamici. Dai giochi nelle discariche al reclutamento forzato in un’organizzazione che manda i ragazzini a cantare ed elemosinare (storpiando e accecando i meno intonati). Dalla fuga avventurosa sui treni che attraversano il paese, all’adolescenza paracriminale (il fratello, un duro, fa carriera). Tutto inseguendo la piccola Latiqa, salvata e perduta da bambina, e ritrovata adulta amante del boss. Con un gusto del mitico e del favoloso che rende davvero irresistibile questo concentrato di mille vite, virandolo in chiave quasi di commedia.

E genera diverse scene indimenticabili: su tutte l’impossibile incontro del piccolo Jamal, appena caduto in un pozzo nero, col divo più famoso di Bollywood, il leggendario Amithab Bachchan (l’oro e la merda: altri simboli universali). L’India è il nostro passato, si dice di solito. Chissà che non sia anche il nostro futuro.

Fabio Ferzetti

giugno 10, 2009 at 6:56 pm Lascia un commento

Bill Callahan – Sometimes I wish we were an eagle ( cd – lp )

E con questo sono tredici: “Sometimes I Wish We Were An Eagle” è il tredicesimo album nella ventennale attività artistica di Bill Callahan e il secondo a recare la sua firma, dopo la recente dismissione dell’alias  Smog. La lunga produzione del cantautore di Silver Springs, sempre contrassegnata da propri tratti caratteristici ma non per questo priva di variazioni, presenta qui un nuovo mutamento di direzione, non tale da sconvolgere certezze ormai consolidate ma nemmeno meritevole di essere liquidato in tutta fretta come “niente di nuovo sotto il sole”, come troppo spesso capita a dischi “semplicemente” cantautorali di artisti con una lunga carriera alle spalle.

Travalicando la non riuscitissima impostazione country-rock di “Woke on a whaleheart“”, le nove tracce di “Sometimes I Wish We Were An Eagle” gettano un evidente ponte nei confronti dell’ultimo album a nome Smog, l’ottimo “A river ain’t too much to love”, del quale condividono il mood riflessivo e l’intimismo di testi, talora piuttosto criptici e intrisi di solitudine e rassegnata ironia. Poco rileva, peraltro, tentare di cogliere tra le righe tracce della separazione da Joanna Newsom, ma certo è che passaggi del tenore di “I dreamed it was a dream that you were gone” o “I used to be darker, then I got lighter, then I got dark again”, poco più che recitati con l’inconfondibile voce profonda, sanno tanto di annotazioni autobiografiche, sia dal punto di vista personale che da quello musicale, tornato ad essere in effetti alquanto oscuro. In questi casi, come nella gran parte dell’album, si tratta di narrazioni a metà tra il cantato e il parlato, che solo a tratti lasciano spazio a canzoni dotate di ritornelli definiti. Callahan sembra piuttosto un fiume in piena, trattenuto a stento, quando affronta temi legati ai rapporti umani, alla natura e alla religione, con apparente distacco e con un pacato registro da crooner, cui si confà alla perfezione la profondità una ricca varietà di arrangiamenti impreziositi dalla sobria centralità degli archi, associati a ritmiche piuttosto marcate, ruvidi upbeat e anche semplici arpeggi acustici.

Nonostante i toni in prevalenza dimessi, il lavoro risulta tutt’altro che piatto, anzi le canzoni sono al contempo toccanti e divertite, permeate da andamenti a bella posta lievi e incuranti (“Too Many Birds”, l’ottima “Eid Ma Clack Shaw”) e oscillanti tra l’intensa compassatezza di “The Wind And The Dove” e il ritmo incalzante di “All Thoughts Are Prey To Some Beast”. Sono spesso le modulazioni degli archi a conformare i nove brani secondo sfumature diverse, accostando rilanci armonici e increspature più aspre e tenebrose a una complessiva eleganza dell’incedere che non può non far pensare a Leonard Cohen. Gusto orchestrale, sensibilità melodica e densi sentori di alcool e tabacco rinviano infatti facilmente al grande artista canadese, trovando coinvolgente esito nei quasi dieci minuti della conclusiva “Faith/Void“, che esalta una scrittura del tutto congeniale all’inconfondibile timbro vellutato di Callahan e al piglio esperto con cui si riappropria del suo cantautorato più classico.

Ed è proprio la sorprendente naturalezza della sua classicità a costituire il nucleo centrale dell’album, senza con ciò renderlo affatto scontato. Buona parte del merito di ciò va riconosciuta, oltre che all’ispirata penna di Callahan, al responsabile degli arrangiamenti Brian Beattie, che ha contribuito a un impianto sonoro ricco e raffinato, che nulla ha da invidiare a quelli del celebrato Van Dyke Parks.
Se è vero che la personalità narrativa di Bill Callahan si è quasi sempre espressa al meglio in canzoni minimali dalle tinte folk, “Sometimes I Wish We Were An Eagle” coniuga con sapiente equilibrio l’abituale qualità della sua scrittura con la misurata ricchezza di arrangiamenti orchestrali mai sopra le righe, che fanno rifulgere di un’eleganza d’altri tempi abiti da crooner indossati con disinvolta, dolente maturità.

Raffaello Russo

giugno 5, 2009 at 6:43 pm 4 commenti

My latest novel – Deaths and Entrances ( cd )

Fattisi conoscere tre anni fa con l’interessante debut album Wolves, in odore di post rock e indie folk, i cinque di Glasgow ora ridisegnano il proprio assetto musicale, mantenendo la base del loro sound e sfrondando giusto un po’ della propria epicità, a favore di un più misurato indie folk orchestrato.

Così come l’ultimo album dei Decemberists di cui si parlava tempo fa, anche questo Deaths and Entrances dei redivivi My Latest Novel è un concept album, ispirato in questo caso dalla letteratura. Sin dal titolo infatti, che si rifà a un poema di Dylan Thomas, siamo in atmosfere epiche, tra natura, vita, morte e rinascita, incubi e cicli della vita. Argomenti che del resto si adattano perfettamente alla loro musica.

Siamo allora dalle parti di un songwriting talora asciutto (le ballad Lacklustre e Re-Appropiation Of The Name), spesso orchestrale e d’atmosfera (nella maggior parte dei pezzi), dove le armonie vocali maschili/femminili, la malinconia e il pathos di fondo – che possono far pensare a degli Arcade Fire più rilassati o meglio a degli Arab Strap – rimandano in più di un’occasione a un folk revival primigenio (A Dear Green Place), ad atmosfere in odore di Mogwai e ad orchestrazioni ambiziose e stratificate che ci ricordano il migliore Sufjan Stevens (I Declare A Ceasefie).

In sostanza quindi qualche aggiustamento qua e là per una buona riconferma.

 

Teresa Greco

giugno 5, 2009 at 6:01 pm Lascia un commento

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