Music Box di Costa-Gravas ( dvd )

giugno 29, 2009 at 5:48 pm 1 commento

Che brav’uomo, che caro papà, che nonno affettuoso è Mike Laszlo… Operaio ormai in pensione, è d’origine ungherese ma da quasi quarant’anni vive a Chicago, dove ha cresciuto onestamente la famiglia, e ora, rimasto vedovo, è amatissimo dalla figlia Ann e da un nipotino che porta il suo stesso nome. Come un fulmine a ciel sereno arriva l’accusa: nel ’44-’45 fece parte, in patria, d’una «squadra della morte» e uccise a sangue freddo dei poveri ebrei, seviziò donne, inflisse atroci torture. L’Ungheria lo rivuole per processarlo quale criminale di guerra. Mike nega tutto, e nella causa che deve decidere della sua estradizione si affida ad Ann, uno dei migliori avvocati della città. La quale ovviamente sulle prime si rifiuta di credere nella colpevolezza del padre, e non esclude che lui abbia ragione quando attribuisce l’equivoco agli odiati comunisti di Budapest. La donna passa dal sospetto al sollievo, a seconda che trovi prove contro il padre o testimoni che lo scagionino. E, finalmente, riuscendo a farlo assolvere, tira un sospirone: o c’è stato un errore di persona o si è trattato di infami calunnie. È infatti impossibile che papà, da giovane, provasse piacere nell’affogare ebrei e zingari nel Danubio, si comportasse più da belva che da cristiano. Durante un viaggio a Budapest, Ann scopre invece nascoste in un vecchio carillon delle fotografie compromettenti. Che cosa farà? Vorrà distruggerle per affrancare il padre anche dagli ultimi sospetti o vorrà, col cuore a pezzi, che la verità trionfi e il nipotino sappia tutto sul nonno?
La risposta è implicita, conoscendo la passione per la giustizia, lo spirito umanitario di Costa-Gavras, la sua avversione contro ogni forma di fascismo di destra e sinistra (sarà appena il caso di ricordare La confessione, Missing, Hanna K., dove già Franco Solinas  s’era inventato un’avvocatessa combattuta fra sentimenti contrastanti, e il poco fortunato Betrayed). Si può anche indovinare, però, il tessuto drammatico del film, la sua convenzionale e tuttavia efficace struttura di thriller a tre livelli (storico, politico, affettivo), il tentativo del regista di portare a galla la crisi d’identità di cui si suppone venga a soffrire una donna che scopre d’essere figlia di un mostro. Scritto da Joe Eszterhas ispirandosi a un libro di Allan A. Ryan su John Demjaniak, «Il boia di Treblinka» sul quale Mike Laszlo sembra modellato – ma a Joe Eszterhas è stato rimproverato un calo di fantasia: avrebbe ripreso le idee già sfruttate in Doppio taglio – il caso-limite proposto da Music box suscita domande e pone casi di coscienza con innegabile senso del tragico. Lasciando da parte i rapporti fra Antigone e il padre Edipo, il film dà il meglio non tanto nei luoghi canonici dei dibattiti processuali quanto nella tensione di certe scene (le implacabili deposizioni di alcuni testimoni, l’assillo dei dubbi) e in certi interrogativi sepolti, come quelli sulla facilità con cui negli anni della Guerra fredda gli Stati Uniti ospitarono senza batter ciglio degli aguzzini nazi-fascisti. L’Orso d’oro del festival di Berlino, vinto a metà con Allodole sul filo, premia insomma un’opera d’impianto classico che all’insegna del monito «Non si può cambiare il passato ma bisogna ricordarlo» conferma la vocazione di Costa-Gavras allo spettacolo mordente. E il suo professionismo nella direzione degli attori. A noi sembra che Jessica Lange abbia perduto la sua carica senza acquistare alta statura d’attrice e che Armin Muller-Stahl interpreti con qualche eccesso il gelo del suo personaggio (Frederic Forrest è invece un eccellente rappresentante della pubblica accusa). Siamo comunque ben oltre la soglia del puro mestiere.

Giovanni Grazzini

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