Lhasa – Lhasa ( cd – 2lp )

giugno 29, 2009 at 5:29 pm 1 commento

Nell’arco di una decina di anni, ogni volta che Lhasa de Sela è apparsa sulla scena musicale ha avuto indosso sempre i suoi abiti migliori. I primi furono di stoffa messicana con rifiniture gitane e klezmer (“La Llorona“, 1998): la lingua prescelta (lo spagnolo) e la sua voce antica raccontarono miti, sfortune e passioni nel solco della tradizione ranchera, con una drammaticità degna della migliore Chavela Vargas. L’aneddoto iniziale, invece, si colloca nel capitolo delle vesti parigine (“The Living Road“, 2003): l’album, cantato in tre lingue (francese, inglese e spagnolo), giunse dopo un lungo periodo di nomadismo circense e fu un concept sulla bellezza del cambiamento e sulla consapevolezza che “there is nowhere to stop anywhere on this road”.

Nel 2009, a sei anni dall’ennesima pausa/rottura, ecco un nuovo cambio d’abito. Stavolta sono le radici nordamericane, la lentezza e la contemplazione a sfilare, stavolta Lhasa mostra se stessa, parla la sua lingua madre (l’inglese) e appone al disco solo il suo nome. Se la bravura che finora aveva avuto maggior risalto era stata quella del teatrante e del cantore, qui primeggia quella del poeta che osserva più intimamente i moti dell’animo.
La scelta di una produzione propria e della registrazione in modalità analogica, con musicisti in studio a interagire e reagire agli stimoli di una esecuzione live, è giustamente motivo di vanto per l’artista (oltre che di soddisfazione), ma sembra davvero superfluo compiacersi del metodo, quando forma e sostanza sono talmente pregiate da sminuire qualsiasi altra cosa.

Al nuovo impulso corrisponde ovviamente una strumentazione diversa da quella dei dischi precedenti (percussioni varie, clip-clops, fisarmonica, clarinetto etc.): l’arpa in primis, che è forse la novità più interessante, e poi chitarra, una vibrante pedal steel, pianoforte, batteria e basso, tutti a reggere l’equilibrio dell’introspezione. La forma spazia dal country, al blues, al jazz, al folk nordamericano, in un gioco di miscugli e talvolta di richiami, come quelli smaccatamente rivolti a Tom Waits  (“Love Came Here“, “The Lonely Spider“) e si avvale altresì della collaborazione di Patrick Watson , che firma due brani pregevolissimi per composizione e testo (“Rising” e “Where Do You Go“).

Ma è quando ci si allontana da tali canoni per avvicinarsi maggiormente allo “stile Lhasa” che il disco dischiude le sue perle: è là dove gli arrangiamenti si fanno scarni perché è la voce a spiccare con eleganza, meno grave dei tempi de “La Llorona“, decisamente meno forzata all’effetto tragico della ranchera, ma allo stesso modo struggente, vivida e intensissima. E’ nella sua capacità di tenere ogni nota finché non sgorga l’empatia dal petto, come quando canta “is life like this for everyone?” (“A Fish On Land“), con quel suo modo così delicato eppur così toccante che freme, tra i denti dell’ascoltatore, la risposta affermativa. Meravigliosi anche gli accenti in “What Kind Of Heart“, voce e corde che si muovono all’unisono come una marea che sale e si ritira in continuazione, o in “I’m Going In“, dove i tocchi al piano tengono per mano ogni sussulto e accompagnano quello che è un addio poco triste e molto consapevole.

Di fronte alla fretta che, sempre più automaticamente, si adopera nel consumare ogni cosa, nel bruciare i sentimenti, nel gustare o rigettare freneticamente, “Lhasa” parla della sua sosta e chiede di rallentare il passo, di aspettare la sua voce, come in una camminata a due chiederebbe chi si è attardato ad osservare meglio qualcosa. Ed il suo è uno sguardo davanti al quale vale assolutamente la pena fermarsi.

Francesca Garofano per Ondarock

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1 commento Add your own

  • 1. Hue  |  dicembre 31, 2009 alle 3:52 pm

    Ciao.

    Stavo cercando di contattare Francesca Garofano perché per caso ho scoperto che mise un nostro disco (Sparkle in Grey) tra i suoi preferiti del 2008, su Ondarock… Volevo solo ringraziarla.

    Un saluto,

    Matteo

    Rispondi

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