Archive for giugno 15, 2009

24 Hours Party People di Michael Winterbottom ( dvd )

24 Hours Party People, ovvero l’unico film rock possibile, nel terzo millennio, su un periodo storico irripetibile e indocumentabile: la nascita del punk e tutto ciò che ne è conseguito a livello musicale e di costume. Ma non solo, perchè 24 Hour Party People è la storia di Tony Wilson, l’uomo che folgorato da un concerto dei Sex Pistols del 1976, fonda la Factory Records, ma è soprattutto la storia dell’anima rock di Manchester e un’analisi dei risultati culturali di un terremoto musicale. Ovvio allora il plauso a Officine Ubu che ha colmato una grave lacuna, editando in DVD uno dei film più riusciti di Michael Winterbottom, prima delle sue derive estreme e autoindulgenti.

Il regista inglese coglie lo spirito del tempo sposando con arguzia e ironia lo sguardo del protagonista Tony Wilson (da inviato televisivo a canalizzatore del fermento musicale del periodo) dirigendo un biopic atipico, tra tentazioni farsesche da mockumentary e ricostruzioni giornalistiche, lasciando intelligente la sociologia (e ogni esigenza descrittiva e didascalica) fuori dalla porta a favore di uno stile brillante, ellittico e originale.

Quando devi scegliere tra la verità e la leggenda, scegli sempre la leggenda, sosteneva John Ford, nelle parole citate da Wilson nell’omaggio sentito a Ian Curtis, mitico leader dei Joy Division, band centrale nel passaggio dal punk alla new wave, prodotta proprio dalla Factory con un contratto firmato col sangue. Intervallando la sua esilarante attività giornalistica con la sua vocazione di farsi portavoce dei tempi in mutamento, 24 Hour Party People, racconta un Tony Wilson post-moderno prima che il termine fosse in voga, capace di inseguire obiettivi il più delle volte inattuabili, ma dal fascino irrinunciabile. Come la fondazione del club Hacieda, croce e delizia della seconda parte della sua attività. D’altronde, lo stesso Tony Wilson a voler parafrase le parole del suo personaggio è secondario anche all’interno della sua storia personale, perchè questo è un film sulla musica.

Difficile giudicare la qualità tecnica dell’edizione del DVD, vista l’estetica volutamente sporca del film, tra finti raccordi sui concerti del passato, sequenze senza direzione della fotografia e audio spesso amatoriale. Non aiuta un master di partenza molto probabilmente tutt’altro che in ottime condizioni. Il comparto degli extra contenente la copia digitale per iPod, iPod Touch, iPhone, il trailer, la fotogallery e la biofilmografia non lascia particolarmente il segno ma l’idea di inserire il poster della locandina del film all’interno della confezione è encomiabile.

giugno 15, 2009 at 11:28 am 3 commenti

Iggy Pop – Preliminaires ( cd )

E chi l’avrebbe mai detto che colui che segnò in maniera indelebile l’epoca del garage rock americano e che con gli Stooges fu fra coloro che spalancarono le porte al punk rock (e di conseguenza al post-punk, alla new wave, al noise, all’industrial, al goth, all’hardcore, al thrash e a tutto ciò che da lì si è evoluto e ramificato), dopo trent’anni di succesiva carriera solista, dopo la morte a gennaio del fido chitarrista Ron Asheton, se ne sarebbe uscito con l’idea folle di fare un disco jazz, ispirato dal libro La Possibilité d’une île (“La possibilità di un’isola”) di Michel Houellebecq.

Da qualche tempo infatti il non più giovanotto Iggy Pop manifestava l’idea di non essere più adatto a quella vita musicale frenetica imposta dai ritmi del rock’n’roll e di voler, almeno in studio, tentare di fare qualcosa di più calmo e meditato, più consono alla sua ormai diversificatasi ispirazione e che potesse fisicamente reggere più facilmente.
Poi, d’improvviso, l’annuncio shock: “ad un certo punto mi sono stufato di ascoltare imbecilli che schitarrano robaccia e ho iniziato ad ascoltare un sacco il jazz del periodo di New Orleans, quello di Louis Armstrong e Jelly Roll Morton. E ho sempre amato anche le ballate più tenui. […] il mio prossimo album sarà più calmo e con alcuni elementi jazz”. Album che ha un titolo francese, Preliminaires, e alcune canzoni cantate in francese; sul retro degli uffici dei maggiori magazine punk saranno stati ritrovati dei redattori suicidi strangolatisi con il cavo del mouse dei loro computer.

Probabilmente i più che Iggy Pop lo hanno solo sentito vagamente nominare lo conosceranno giusto per The Passenger (dal relativamente storico album Lush for Life), una delle canzoni più famose della storia del rock e che sta a lui come Sultans of Swing sta ai Dire Straits, Hold the Line sta ai Toto, Another Brick in the Wall sta ai Pink Floyd ecc. (cioè il primo tizio che passa per strada con tutta probabilità di lui conosce solo questa canzone e magari non sa neanche l’autore è proprio lui). Perciò a molti questa dichiarazione sul disco jazzato non tangerà più di tanto.
Però per chi conosce maggiormente lui, il ruolo che ha avuto nella storia del rock e soprattutto l’importanza che ha rivestito con i suoi Stooges nello spargere i semi di un genere, si sarà certamente chiesto se il buon vecchio Iggy non fosse forse impazzito.

In realtà comunque questa “svolta jazz” va ridimensionata parecchio. C’è sì qualcosa, come nell’iniziale fumosa Les Feuilles Mortes (pezzo storico francese anni ’40 scritto da Joseph Kosma e Jacques Prévert), la bossa nova jazzata di How Insensitive (cover di Antônio Carlos Jobim) o nei fiati retrò brucianti di King of the Dogs.
Ma l’interpretazione di questo jazz comunque non ha la stessa classe genuina di quella di un vero compositore jazz, nonostante un’atmosfera soffusa e notturna pregevole ad avvolgere i brani.
E poi ci sono anche pezzi più bluesy, altri più folk, momenti consuetamente rockeggianti e parentesi melodico-atmosferiche che rimescolano le carte in tavola. In alcuni momenti sembra di trovarsi di fronte ad un Tom Waits o ad un Nick Cave (la liquida e malinconica Spanish Coast, ad esempio) e c’è persino un brano electro/synth, Party Time; una parentesi ironica e leggera, senza troppe pretese, per sperimentare qualcosa di diverso.
Il country-rock di She’s a Businness (cantata anche in francese da una voce femminile col titolo Je Sais Que tu Sais) è diretto, granitico, dall’incedere inesorabile, mentre il rock sporcato di blues di Nice to Be Dead suona elettrico e ciaciarone fino al midollo.
I Want to Go to the Beach: titolo essenziale, talmente stereotipato da sembrare quasi una parodia degli anthem cazzoni del movimento punk, soprattutto se la musica che accompagna le parole è lenta, dolce e malinconica, con un pianoforte tenue a scandire l’atmosfera insieme a placidi giri di note di chitarra ed effetti notturni.
Ed ancora He’s Dead/She’s Alive, breve intermezzo country in lo-fi prima del folk decadente di A Machine for Loving.

La parolina magica “jazz”, insomma, è stata un po’ gonfiata nel mese precedente all’uscita dell’album, visto che un vero disco interamente jazz in ogni sua nota sarebbe stato davvero sensazionalistico.
Però, anche se per certi versi ci sono punti di contatto nell’aura con un album come Avenue B, questo è comunque sufficiente a mostrarci un Iggy Pop con una veste completamente nuova, spiazzante, che sicuramente farà gridare al tradimento i puristi punkers, ma che per contro non mancherà di compiacere chi vede di buon occhio il cambiare e soprattutto il provocare.
Come già detto, il disco non presenta chissà quale eleganza compositiva inaudita, quali improvvisazioni briose ed eclettiche. Anzi, è un lavoro tutto sommato concettualmente semplice, leggero e scorrevole, che privilegia le atmosfere avvolgenti e le tonalità placide immergendo il tutto in un’atmosfera a metà fra il noir e il country-folk. In questo risulta anche godibile, soprattutto nei momenti più cupi e riflessivi, grazie anche al pregevole equilibrio fra immediatezza melodica e cura per gli arrangiamenti.
Più di tutto, però, è il senso di libertà ideativa, di volontà di scardinare i preconcetti e di provare nuove strade, a donare una vera freschezza al disco, in sè discreto, eppure intrigante sia per curiosità che per il retrogusto auto-ironico che fa capolino ogni tanto fra le note.

Diciamocelo: è molto più “ribelle” un sessantenne che insiste con i soliti dindini garage/punk (e che magari non è più neanche credibile a portare avanti almeno in sede live, vista l’età) oppure uno che spiazza tutti, vecchi e nuovi fan, con un disco completamente diverso dalla proposta che l’ha proiettato nell’Olimpo dei grandi del rock, con un divertissement tanto fresco e mordace quanto vivo e ponderato, con un lavoro sicuramente coraggioso e provocatorio?
Noi propendiamo per la seconda ipotesi.

giugno 15, 2009 at 11:10 am 1 commento

Iron & Wine – Around the well ( 2cd – 3lp )

Come si può riuscire ad accumulare la bellezza di ventitre brani extra, con appena tre album all’attivo (ed il quarto solo in programma), per tirarci fuori una collezione di b-sides e rarità? Impresa difficile per molti ma non per tutti, dato che Samuel Beam – al secolo Iron & Wine – non sembra soffrire di quei periodi di stanca che, volenti o nolenti, un po’ tutti gli artisti sono costretti ad attraversare fra una pubblicazione e l’altra. E così, dopo “The Shepher’s Dog” del 2007, eccolo di nuovo sugli scaffali dei negozi il cantautore della South Carolina, con un album, questo Around The Well, che solo colpevolmente può essere definito una raccolta di materiale di “scarto”. Organizzato in due cd, “Around The Well” contiene infatti una selezione di tracce rimaste fuori dai precedenti lavori, supponiamo più per motivazioni di “traffico” nelle tracklist che per reale demerito. Gran parte dei brani provengono direttamente da sessioni di registrazione per così dire “casalinghe”, inizialmente accantonati da Beam per essere ripresi all’occorrenza, ripresentati così com’erano nati, sporchi laddove erano sporchi, acerbi in alcuni momenti ed annacquati perchè ancora da sottoporre a “revisione”. Ma nonostante ciò (o forse ancor di più proprio per questi motivi) trasognati ed umorali, così come Iron & Wine ha abituato chi ha imparato a seguirlo nelle sue scorribande indie-folk. Se è vero, poi, che in entrambi i cd non si riesce a scorgere una canzone meno ispirata delle altre, è vero anche che pezzi come Hickory, Swans And The Swimming e Carried Home non faticano a lasciare il segno. Per non parlare delle vere “chicche” di “Around The Well”. Sacred Vision, infatti, è un vecchio brano, fra i primi della produzione di Samuel Beam, mentre Waitin’ For A Superman e Love Vigilantes sono due (riuscitissime) cover, rispettivamente di The Flaming Lips e New Order. A completare il quadro, una manciata di tracce scritte per la soundtrack di “In Good Company”, pellicola del 2004: Belated Promise Ring, God Made The Automobile e Homeward These Shoes, create ma poi non inserite nella colonna sonora ufficiale, e The Trapeze Swinger che, invece, ha trovato miglior fortuna rientrandovi. E proprio quest’ultimo brano, posto a conclusione dell’intero “Around The Well”, è un po’ la chiave di volta di tutto il lavoro, perchè contiene il verso che dà il titolo all’album e perchè – nonostante gli oltre nove minuti di durata – rappresenta un po’ la summa sonora della musica di Iron & Wine, con la delicatezza vocale del songwriter a pervadere ogni singola nota. Siamo sicuri si tratti di un’operazione collaterale, di un puro e semplice divertissement?

giugno 15, 2009 at 11:01 am Lascia un commento


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