Bill Callahan – Sometimes I wish we were an eagle ( cd – lp )

giugno 5, 2009 at 6:43 pm Lascia un commento

E con questo sono tredici: “Sometimes I Wish We Were An Eagle” è il tredicesimo album nella ventennale attività artistica di Bill Callahan e il secondo a recare la sua firma, dopo la recente dismissione dell’alias  Smog. La lunga produzione del cantautore di Silver Springs, sempre contrassegnata da propri tratti caratteristici ma non per questo priva di variazioni, presenta qui un nuovo mutamento di direzione, non tale da sconvolgere certezze ormai consolidate ma nemmeno meritevole di essere liquidato in tutta fretta come “niente di nuovo sotto il sole”, come troppo spesso capita a dischi “semplicemente” cantautorali di artisti con una lunga carriera alle spalle.

Travalicando la non riuscitissima impostazione country-rock di “Woke on a whaleheart“”, le nove tracce di “Sometimes I Wish We Were An Eagle” gettano un evidente ponte nei confronti dell’ultimo album a nome Smog, l’ottimo “A river ain’t too much to love”, del quale condividono il mood riflessivo e l’intimismo di testi, talora piuttosto criptici e intrisi di solitudine e rassegnata ironia. Poco rileva, peraltro, tentare di cogliere tra le righe tracce della separazione da Joanna Newsom, ma certo è che passaggi del tenore di “I dreamed it was a dream that you were gone” o “I used to be darker, then I got lighter, then I got dark again”, poco più che recitati con l’inconfondibile voce profonda, sanno tanto di annotazioni autobiografiche, sia dal punto di vista personale che da quello musicale, tornato ad essere in effetti alquanto oscuro. In questi casi, come nella gran parte dell’album, si tratta di narrazioni a metà tra il cantato e il parlato, che solo a tratti lasciano spazio a canzoni dotate di ritornelli definiti. Callahan sembra piuttosto un fiume in piena, trattenuto a stento, quando affronta temi legati ai rapporti umani, alla natura e alla religione, con apparente distacco e con un pacato registro da crooner, cui si confà alla perfezione la profondità una ricca varietà di arrangiamenti impreziositi dalla sobria centralità degli archi, associati a ritmiche piuttosto marcate, ruvidi upbeat e anche semplici arpeggi acustici.

Nonostante i toni in prevalenza dimessi, il lavoro risulta tutt’altro che piatto, anzi le canzoni sono al contempo toccanti e divertite, permeate da andamenti a bella posta lievi e incuranti (“Too Many Birds”, l’ottima “Eid Ma Clack Shaw”) e oscillanti tra l’intensa compassatezza di “The Wind And The Dove” e il ritmo incalzante di “All Thoughts Are Prey To Some Beast”. Sono spesso le modulazioni degli archi a conformare i nove brani secondo sfumature diverse, accostando rilanci armonici e increspature più aspre e tenebrose a una complessiva eleganza dell’incedere che non può non far pensare a Leonard Cohen. Gusto orchestrale, sensibilità melodica e densi sentori di alcool e tabacco rinviano infatti facilmente al grande artista canadese, trovando coinvolgente esito nei quasi dieci minuti della conclusiva “Faith/Void“, che esalta una scrittura del tutto congeniale all’inconfondibile timbro vellutato di Callahan e al piglio esperto con cui si riappropria del suo cantautorato più classico.

Ed è proprio la sorprendente naturalezza della sua classicità a costituire il nucleo centrale dell’album, senza con ciò renderlo affatto scontato. Buona parte del merito di ciò va riconosciuta, oltre che all’ispirata penna di Callahan, al responsabile degli arrangiamenti Brian Beattie, che ha contribuito a un impianto sonoro ricco e raffinato, che nulla ha da invidiare a quelli del celebrato Van Dyke Parks.
Se è vero che la personalità narrativa di Bill Callahan si è quasi sempre espressa al meglio in canzoni minimali dalle tinte folk, “Sometimes I Wish We Were An Eagle” coniuga con sapiente equilibrio l’abituale qualità della sua scrittura con la misurata ricchezza di arrangiamenti orchestrali mai sopra le righe, che fanno rifulgere di un’eleganza d’altri tempi abiti da crooner indossati con disinvolta, dolente maturità.

Raffaello Russo

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