Archive for marzo 24, 2009

Dm Stith – Heavy Ghost ( cd – 2lp )

Padronanza. Ricerca calcolata di un effetto e costruzione di particolari per arrivarci. Non voglio essere troppo prolisso per introdurre questo disco che coglie la freschezza di una bravura che si esprime con una facilità imbarazzante. A volte oscurando meccanismi meno controllabili ma forse più incisivi nella musica.

DM Stith inserisce nel suo esordio sulla lunga durata le tecniche che da piccolo ha imparato e poi ha metabolizzato negli anni per poi sfruttarle grazie alla conoscenza di figure dell’indie di particolare potere trascinante. Heavy Ghost ci mostra anzitutto le sue capacità, dunque. Prendete Pity Dance. Una canzone che a ben vedere non è una canzone; ma una lunga preparazione a basso tasso di crescendo che accompagna al tema corale della fine. In mezzo una capacità di perseguire un effetto strabiliante, con tocchi che ricordano i Black Heart Procession come Devendra (presente anche in Pigs). Si notava fra l’altro nella monografia allo Stith dedicata che nella sua musica si coglie un’oscillazione tra flusso e forma canzone, tra ambient e soul, ovvero tra ambiente e anima. David Stith è anzitutto un grande cesellatore di quella soglia che fa di una canzone – anche a toni soul, anche che citi i cori degli anni ’50 – un processo (ascoltate Creekmouth, che è un messaggio per noi di potenzialità di orchestrazione ritmica); in definitiva una composizione; come Mahler stressò la sinfonia fino al limite, Heavy Ghost gioca con i piccoli stratagemmi delle canzoni pop per dipingere ciò che Stith vuole esprimere – come per la perfezione armonica di Thanksgiving Moon.

Che può succedere a DM Stith? Di non toccare, neanche sfiorare la nostra anima. A un certo punto a volte la padronanza e il calcolo stroppiano e risultano artificiosi. Non è il caso di Heavy Ghost, e come esempio conclusivo – non casuale – si potrebbe citare la pseudo-poliritmia di Spirit Parade. Un soffio corposo. Una melodia vocale che minaccia trasparenza. Coltre spessa di spiriti; fantasmi pesanti.

Gaspare Caliri

marzo 24, 2009 at 6:41 PM 1 commento

La classe di Laurent Cantet ( dvd )

Vincitore a Cannes, osannatissimo, è un film (si potrebbe dire un meta-documentario) sulla vita di una classe della periferia disagiata di Parigi, e del suo professore di francese. Avendo dribblato in questa vita la carriera di professore di matematica (che senz’altro intraprendo in dimensioni parallele alla nostra), non riesco a non immedesimarmi nel ruolo dell’insegnante e a non sentirmi frustrato per interposta persona davanti a una classe come quella del film: indisciplinata, senza motivazioni, piena di tensioni, comportamenti antisociali, sfide a muso aperto. Il protagonista M. Marin – su cui il film è ritagliato – riesce a tenere tutti a bada, senza scomporsi quasi mai se non in qualche minimo eccesso verbale – con una compostezza, una forza, una decenza, una sensibilità ferma – che lasciano a bocca aperta, sono quasi irreali se paragonate a come potrebbe essere una situazione analoga nel mondo reale. Tutto il film vibra come un diapason tra questi due estremi, la forza assoluta e contenuta del prof, l’esplosione inconsapevole e sconsolantemente deprimente degli allievi, senza mai uscire da quello spazio, senza mai farci vedere nulla della vita dell’uno o degli altri, ma solo quello che si vede a scuola, in aula, nella sala professori, in cortile, in corridoio, nell’ufficio del preside. Una grande dimostrazione di bravura, uno spaccato sociale preciso e che dà poche o pochissime illusioni sul futuro, ma alla fine un film che non convince del tutto, che rimane troppo in sospensione tra quei due estremi, che sembra sempre suggerire e sottendere uno sfogo emotivo, un climax drammatico, che alla fine non arriveranno mai, che alla fine si stempereranno con le vacanze. “Llegan las vacacciones” dice una allieva per dar prova del suo spagnolo, mentre un’altra confessa di non avere imparato nulla, proprio nulla, assolutamente nulla, davanti al suo professore basito.

E sono rimasto un po’ così anche io, vedendo scorrere i titoli di coda e uscendo dal cinema nella notte, portandomi dentro un po’ di quel mondo e di quei ragazzi imprescrutabili, generazioni che verranno e che malissimo fanno sperare per il futuro.

marzo 24, 2009 at 11:19 am 1 commento

L’ospite inatteso di Thomas McCarthy ( dvd )

Dopo Station Agent Tom McCarthy torna alla regia e ci rifà. Ripropone quasi con sfacciataggine, dati i tempi, il suo cinema minimale, nel quale il lento fluire di una quotidianità fatta di piccoli gesti apre squarci abissali nell’animo dei protagonisti e di noi che guardiamo. Il Walter interpretato da un superlativo Richard Jenkins è un uomo abituato a vivere la sua vita da spettatore, e che improvvisamente si ritrova ad esser(n)e protagonista. È un visitatore, come indica il titolo originale del film: un visitatore che lascia scorrere il mondo davanti a sé e che un giorno decide di fermarsi e toccare con mano quel che non aveva mai avuto il coraggio di affermate. Un uomo ferito dal passato che impara nuovamente ad alzare la testa, ad agire, a sorridere. Se poi la vicenda intima e personale sua e dei suoi nuovi amici (immigrati clandestini ma “integrati” come il percussionista siriano Tariq, la sua fidanzata senegalese Zainab, sua madre Mouna) arriva a toccare temi collettivi e sociali sugli Stati Uniti d’oggi, lo fa in maniera tutt’altro che banale e mai pedante. Perché il sorriso incerto di Walter è quello di un’America che si è timidamente ripresa dal trauma dell’11/9 ma che non riconosce più quello che gli si para davanti agli occhi, che non comprende come la paura abbia potuto portare a rinnegare quei principi cui è stata educata e che sono incarnati da simboli (ricorrenti nel film) come la bandiera o la Statua della Libertà. McCarthy gira con grande efficacia grazie al pudore e alla discrezione con i quali tratteggia i suoi protagonisti e le loro vicende, rimanendo solo in apparenza sulla superficie di cose e fatti: dalla timidezza figlia dell’umiliazione di Zainab all’amore che nasce e cresce tra Walter e Mouna e che non si consumerà mai, passando per il timido entusiasmo del protagonista che si lascia coinvolgere dalla musica dei djembe e alla sua amicizia con Tariq. Lentamente, a piccoli passi, precipitiamo nel mondo e nei sentimenti del film, alternando commozione e sorrisi. Magari a volte amari, ma sempre sincerissimi. E quando Zainab, sul traghetto per Staten Islan, indica entusiasta a Mouna lo skyline di Manhattan e dice con leggerezza “Lì c’erano le Torri Gemelle,” il cuore si stringe e ci si accorge che c’è più politica in quella frase buttata lì che in ore e ore di retorica spesso propinataci fino ad ora.

Federico Gironi

marzo 24, 2009 at 11:13 am Lascia un commento

Neko Case – Middle cyclone ( cd – lp )

Bonnie “Prince” Billy è, appunto, il Principe (il Re è Dylan, s’intende). Gillian Welch è la Regina (a proposito, a quando un erede a Soul Journey?). Dunque cos’è Neko Case? Assomiglia sempre di più a una divinità pagana, a una Diana cacciatrice più a suo agio in mezzo alla natura con gli animali che con gli uomini. Eccola dunque svettare scalza sul cofano di un’auto americana brandendo una spada ed evocando catastrofi naturali il cui campionario include inondazioni, tornado, cicloni, febbri e onde anomale rosso sangue. Infine, l’avvertimento: “Non voltare mai le spalle a Madre Natura”. La bravissima Neko continua a circondarsi di fedelissimi (Howe Gelb, i Calexico, il mitico Garth Hudson della Band, e “ultimo, ma primo”, M. Ward) che stavolta le hanno dato davvero il massimo, donando alle canzoni dell’album una solidità e una ricchezza di suoni mai di troppo e tutti perfettamente al loro posto. Questo è l’album che m’aspettavo fosse il precedente Fox Confessor Brings the Flood (già molto bello e “coverizzato” da Marianne Faithful), ma Middle Cyclone lo supera e incorona la Case come una delle migliori autrici di oggi. Ascoltatelo senza indugi insieme alla compagnia di gufi, pavoni, orche, api, tigri e pure sfingi che costellano il booklet del disco, magari beandovi dei suoni della foresta di notte incisi nella mezzora finale nascosta del CD.

 

8/10

 

crisgras

marzo 24, 2009 at 11:08 am Lascia un commento

Bonnie Prince Billy – Beware ( cd – lp )

 

 Nonostante la copertina tenebrosa che vagamente ricorda il suo classico I See a Darkness e il titolo che mette sull’avviso gli ascoltatori, questo nuovo album del prolifico Will Oldham è clamorosamente all’insegna dell’allegria (!) e trabocca d’energia praticamente da ogni canzone. Segue, insomma, la scia del precedente Lie down in the Light, che già si era distinto nella discografia dell’artista (il migliore sulla piazza da parecchi anni, per chi scrive) per avere abbracciato delle sonorità più ricche e solari. Sarò banale, ma si capisce che il tormentato Oldham è innamorato… non un dettaglio da poco, in effetti. Per cui preparatevi a canzoni con banjo, violini, marimbe (!), flauti (!!) e addirittura sax (!!!), davvero poco usuali per il Principe. E’ anche un album frustrante, perché gli preferisco opere più omogenee e sommesse come Ease down the Road, Master and Everyone o la recente The Letting Go, che entrano da subito nel cuore come se le si conoscesse da sempre. Frustrante, appunto, perché nonostante i gusti personali, non si può negare che anche questo sia un ennesimo grande album di Bonnie, contenente vere e proprie gemme. Gemme dall’incedere a volte sghembo che si fermano improvvisamente per poi riprendere ritmo, come se Oldham non fosse in grado di contenere tutta questa inconsueta energia e ogni tanto si fermasse a chiedersi cosa gli stia accadendo.

 

8/10 (con licenza di aumentare il voto col passare degli ascolti)

 

crisgras

marzo 24, 2009 at 11:05 am Lascia un commento


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