Archive for marzo 10, 2009

J.J. Cale – Roll on ( cd – lp )

  Il vecchio JJ Cale non demorde. Come suggerisce il titolo, il suo nuovo lavoro prosegue nella direzione tracciata tanti anni fa. Non proprio la stessa per la verità: ogni tanto si lascia andare a ritmi un po’ più arditi di quanto abbia fatto fino ad ora, ma poi la sua voce bluesy e l’antico incedere lento della chitarra riconducono le canzoni sul binario di sempre, magari con un timbro leggermente più country del solito, ma comunque riconoscibile. «Ricordo quando feci il mio primo album, avevo 32 o 33 anni e già allora pensavo di essere troppo vecchio» ha detto di recente Cale. «Quando mi rendo conto di quello che combino ancora a 70 anni, mi dico: cosa sto facendo? Dovrei starmene sdraiato su un’amaca». Eppure Cale, pur non essendo certo di primo pelo, tiene ancora coerentemente in mano la situazione senza ricorrere ai vecchi mezzucci della cover ad effetto o dell’ospite famoso (la presenza di Eric Clapton è ormai talmente consueta da non rappresentare una novità). Sarà perché la sua produzione è sempre stata centellinata e non si è mai spremuto più di tanto a cercare innovazioni strane, ma ora raccoglie i frutti della longevità: esperienza e classe che si compenetrano. JJ come al solito fa tutto da solo. Il suo intimo piacere è quello di suonare tutti gli strumenti senza l’ausilio di nessuno per poi sovrainciderli e arrivare al prodotto finale. È un gioco che unisce creatività, gusto e competenza, un iter magari un po’ egotistico, ma decisamente personale che finisce per rappresentarlo totalmente. «Penso che tutto risalga al fatto che all’inizio ero un ingegnere del suono. Grazie a tutta la tecnologia moderna, oggi puoi fare musica da solo e ci sono un sacco di musicisti che lo fanno», dice ancora Cale. «Io incominciai stando dietro il mixer e mi resi subito conto che quello che facevo aveva un sound unico e originale. Fin dai tempi di Naturally (primo album del 1971, nda) oltre a cantare e a suonare la chitarra mi cimentavo già con piano, basso e drum machine. All’inizio lo facevo solo per una questione economica poiché non avevo soldi a sufficienza per pagare una band. Oggi, anche se i soldi per stipendiare i musicisti li avrei, continuo a fare i dischi alla vecchia maniera perché la considero una forma d’arte a sé». Roll On a tratti ha un incedere rock abbastanza evidente, ma poi la ritmica rallenta e il caratteristico strascico chitarristico di Cale prende il sopravvento fino a perdersi in atmosfere vagamente jazzy, come succede in Who Knew che apre il disco ed evidenzia addirittura qualche accenno di scat che non trova precedenti nei suoi lavori. Ma in quanto a novità c’è anche un banjo amplificato che caratterizza brani come Where The Sun Don’t Shine e Cherry Street, la pedal steel che emerge sinuosa in Leaving In The Morning e un incedere funk in Fonda-Lina. Il jazz caratterizza anche Former Me, un bel pezzo con il pianoforte in evidenza che si erge elegante su una ritmica dolce e intrigante. Il pezzo migliore? Forse Down To Memphis, col rock’n’roll che fa capolino e la chitarra che viaggia piacevole e senza strafare quando la ritmica cala di tono. Ovviamente la chitarra ha un posto di riguardo nelle canzoni di JJ Cale ed è proprio quel modo distante e rilassato di suonarla che ha attratto gente come Eric Clapton e Mark Knopfler. Il Tulsa Sound, in fondo, è dettato soprattutto da questo incedere lento e vagamente strascicato che coinvolge chitarra e voce. «Fondamentalmente sono solo un chitarrista che si è reso conto che non sarebbe mai riuscito a pagarsi una cena solo suonando la chitarra» dice ironicamente Cale. «E dunque ho iniziato a comporre per trovare un business più redditizio. Con la mia voce mi trovo a disagio, anzi il mio modo di cantare mi dà sui nervi e abbasso sempre il volume della voce. Solo negli ultimi dieci o quindici anni l’ho alzato un po’, ma mai fino a sentirmi a mio agio». Insomma, sembra che il suo stile sia una creatura contrastata, un vezzo creato sulle proprie idiosincrasie che però noi continuiamo a apprezzare. Roll on, JJ.

Roberto Caselli

marzo 10, 2009 at 7:04 PM 1 commento

Vicky Cristina Barcelona di Woody Allen – ( dvd )

Vicky e Cristina sono buone amiche anche se hanno visioni completamente differenti dell’amore. Vicky è fedele all’uomo che sta per sposare e ancorata ai propri principi. Cristina invece è disinibita e continuamente alla ricerca di una passione amorosa che la sconvolga. Vicky riceve da due amici di famiglia l’offerta di trascorrere una vacanza in casa loro a Barcellona durante l’estate. La ragazza pensa cosi’ di poter approfondire la propria conoscenza della cultura catalana sulla quale sta lavorando per un master. Propone a Cristina di accompagnarla, così forse potrà superare meglio il trauma di una storia finita di recente. Una sera, in una galleria d’arte, Cristina incrocia lo sguardo di un uomo estremamente attraente. Si tratta del pittore Juan Antonio, finito di recente su giornali e televisione per un furibondo litigio con la moglie Maria Elena nel corso del quale uno dei due ha cercato di accoltellare l’altro. Le due ragazze lo ritroveranno nel locale in cui cenano. Anzi, sarà lui ad avvicinarsi al loro tavolo con una proposta molto chiara: partire subito con il suo aereo privato per recarsi in un hotel ad Oviedo dove potranno visitare il luogo, apprezzarne tradizioni e cultura (anche culinaria) e fare entrambe l’amore con lui. Se Cristina non ha alcun ripensamento nell’accettare la proposta, le regole che Vicky si è imposta la spingono a rifiutare in modo seccato. Cristina l’avrà vinta ma l’amica vuole avere la certezza di camere separate e ottiene rassicurazioni in proposito.
Dopo una giornata trascorsa con una prima visita della città, nel corso della quale Juan Antonio dichiara l’amore che ancora prova per la moglie benché sia consapevole della loro impossibilità a convivere, giunge finalmente la notte con l’invito più intrigante. Vicky torna a respingere l’offerta mentre Cristina accetta. Ma…
Se potete non fatevi raccontare (o non leggete) nulla su come prosegue la vicenda. Finireste con il togliervi il piacere della scoperta di uno dei più riusciti ed ironici film dell’ultimo Allen. Perché è vero che Woody ha dei temi e delle scelte narrative su cui periodicamente ritorna (per questo i detrattori lo accusano di ripetitività) ma quando, come in questa occasione, sa farlo con un approccio totalmente nuovo allora è davvero festa in sala. Perché questa volta la scelta dell’Io narrante è funzionale al modo con cui vengono guardati (e presentati) i personaggi. Osservate, a titolo di esempio, l’entrata in scena di Juan Antonio: Javier Bardem è straordinario nel caratterizzare, già da quella inquadratura, il suo personaggio.
Allen torna a riflettere sulla natura di quello che chiamiamo amore registrando gli spostamenti del cuore che vanno spesso al di là di ciò che ragione, tradizione, valori acquisiti ma mai del tutto interiorizzati, sembrerebbero imporre. Ecco allora che l’impostazione dei caratteri di Vicky e Cristina diviene da subito funzionale alla creazione di un’attesa. Resteranno salde nelle loro posizioni? In che misura potrebbero mutare atteggiamento? Quando dall’altra parte ci sono un Bardem che riempie lo schermo per la gioia di signore e signorine pronte a partire per Oviedo senza remore e una Penelope Cruz forse altrettanto efficace solo nelle mani di Pedro Almodovar, il gioco si fa ancor più interessante.
Anche perchè Woody ha abbattuto un altro dei suoi tabù. Se finora solo rarissimamente aveva girato in piena estate (fatti salvi “Una commedia sexy in una notte di mezza estate“, le cui riprese avevano pero’ avuto luogo a poche decine di chilometri da Manhattan, e alcune scene di “Tutti dicono I love you“) ora è la luminosa Barcellona ad attrarre il suo sguardo. Si sarà senz’altro trattato di esigenze produttive (come era accaduto per la peraltro nuvolosa e quindi rassicurante Londra). Fatto sta che il calore della città catalana (e della sorprendente Oviedo) si trasmette al film offrendogli un’ulteriore sensazione di novità. !Felicitaciones Woody!

marzo 10, 2009 at 6:33 PM 2 commenti


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