Antony and The Johnsons – The crying light ( cd – lp )

gennaio 16, 2009 at 12:58 pm Lascia un commento

Legendary Butoh dancer Kazuo Ohno explores a beautiful extreme

Due cose in breve, giusto per intenderci. 
Antony Hegarty è un omaccione alto un paio di metri e largo un bel po’, con un’espressione fanciullesca e una voce decisamente fuori dal normale. Sono stati tirati in ballo i più grandi performer della musica leggera per descrivere il suo canto. Il tono profondo e romantico di Elvis, il timbro variegato e agrodolce di Otis Redding, la capacità di andare oltre la sessualità di Nina Simone. Antony è tutto questo insieme, più una massiccia dose di intensità.
Non sempre serve del tempo per potersi fregiare dello status di classico. Ci sono dischi che già nascono tali, che lo sono dal momento in cui vengono anche solo immaginati. Può accadere tanto volutamente quanto meno, e a volte accade necessariamente: “I’m a bird now” di Antony and the Johnsons è stato uno di questi. Un autore decisamente sui generis, con un mezzo tecnico folgorante, che canta la sua natura, il suo mondo, in un modo talmente onesto e diretto da renderlo naturale a chiunque ascolti.

Hegarty da allora ha ottenuto tutte le tipologie di successo possibili: di pubblico, di critica, fra i suoi stessi colleghi. Il discorso Johnsons è ripartito proprio da quello che era il contenitore su cui tanto sperticare lodi: la ballata pianistica che caratterizzava “I Am A Bird Now” è oggi l’impalcatura dei brani di “The Crying Light”. A cambiare – del tutto – è il modo di riempire gli spazi e, di conseguenza, il risultato.
L’album, dedicato al ballerino Kazuo Ohno (sì, è lui quella cosa in copertina), parte da un’ottica diversa rispetto ai suoi predecessori, mostrando la crescita artistica di Hegarty. Laddove il disco d’esordio parlava della propria vita (idoli, sogni, quotidiano) e il secondo album entrava a pie’ pari – finanche liberatoriamente – nel proprio io, “The Crying Light” cerca una dimensione ancor più profonda e apre all’uomo in generale e all’universale, guardando al mondo e alla natura, ai principi delle cose.
La maturazione concettuale si abbraccia a quella musicale. I Johnsons del primo disco erano un ensemble che faceva sentire il proprio peso caricando d’enfasi i brani. Quelli del secondo erano diventati una pop rock band essenziale – anche se non certo povera – piegandosi al messaggio. “The Crying Light” presenta invece un Antony cantautoriale, che recupera spazio alle orchestrazioni e ne toglie alla batteria, che abbandona modelli esterni per ergersi a proprio modello.

E’ un disco di perfetto equilibrio sonoro, che smorza la pervicacia di certe soluzioni melodiche e testuali che pure erano state la sua fortuna. Le melodie d’impatto di “I Am A Bird Now” lasciano il posto a una ricerca ammantata di spiritualità, che sfrutta una notevole gamma di colori, capace di aprirsi e chiudersi d’improvviso, di navigare fra l’arioso e l’oscuro, triturando e digerendo armonie classiche, canzone anni 50, musica nera.
Stupisce la profondità dell’introversione in cui si inabissa “One Dove”, e la classe con cui questo avviene. Stupisce ancor di più il guizzo con cui la melodia vien fuori dalla risacca: una nota di piano, la voce che cambia i giri, i violini che accompagnano un testo splendidamente semplice e credibile (“One dove to bring me some peace, in starlight you came from the otherside to offer me mercy, mercy, mercy”). E’ il vertice dell’intero disco, incastonato fra altri due gioielli atipici quali la multiforme “Epilepsy Is Dancing”, ricca di cambi di umore, e l’immaginifica “Kiss My Name”, un inatteso passo di danza. Gli arrangiamenti tanto fervidi quanto misurati ne glorificano la scrittura mordiba e fantasiosa.

Antony si permette il lusso di fare un po’ di tutto, mostrando un eclettismo che forse neanche lui stesso sapeva di avere: la title track è un folk pregno del sapore del tempo che scorre, mentre “Dust And Water” è un gospel per sola voce e distorsione di fondo. L’intensità in cui vengono immerse le poche note di “Another world” è la cartolina della dimensione raggiunta da Hegarty. Il clamoroso gospel “Aeon”, recitato su crudi arpeggi di chitarra elettrica, palesa l’aura di religiosità in cui è avvolto l’intero disco.
La decina di canzoni di cui si compone questa sorta di concept album sul mondo e i suoi chiaroscuri (“Daylight and the Sun”) fa venire in mente una delle parole più abusate da chi parla di musica: artista. Antony and the Johnsons trovano la loro sintesi ideale nel disco più fascinoso, più elaborato, più consapevole. Se il lavoro precedente poteva ben definirsi il manifesto di Hegarty, “The Crying Light” mostra quanto ampie possano essere le vie parallele e quanto gloriosamente siano percorribili.

Ciro Frattini

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