Thomas Dybdahl – Science ( cd )

novembre 29, 2008 at 2:03 pm Lascia un commento

Dopo il successo raccolto in patria che gli è valso anche importanti riconoscimenti tra cui alcuni Grammy norvegesi, Thomas Dybdahl ha pubblicato il suo quarto disco per la Rykodisc. Anche se dalle nostre parti se ne sono accorti in pochissimi, questo songwriter merita davvero di essere considerato a livello internazionale e “Science” potrebbe essere l’album capace di garantirgli la meritata visibilità.
Chi si fosse perso la sua “October trilogy“, composta da “”…The great October sound”, “Stray dogs”” e “One day you’ll dance for me, New York City”, rimarrà stupito dal suono acustico di questo ventisettene.
Registrata ad Oslo con musicisti norvegesi, questa nuova raccolta sublima quanto fatto nei dischi precedenti elevando ad uno stadio superiore ricercatezze vocali e strumentali che hanno portato a paragoni illustri con Tim Buckley, John Martyn e Nick Drake. Dybdahl non è ovviamente all’altezza di questi grandi, ma ha un suono sofisticato che ne ricorda per certi versi le atmosfere aperte.
Il disco si apre con “Something real” che crea subito un fondale su cui avanzano a turno gli strumenti, placidi e scintillanti (contrabbasso, piano, archi, clarinetto, sax, chitarra, e-bow). Le canzoni prendono così una patina onirica che rende ancora più affascinante la voce dell’autore, già di per sé capace di insinuarsi in modo sognante.
Per quanto introspettivo e delicato, Dybdahl mantiene sempre uno spessore di assoluto livello grazie ad arrangiamenti stratificati che si collocano con grazia sotto il suo canto, anche quando questo sfiora il falsetto.
La scaletta poi si sviluppa quasi in medley con le tracce che si sciolgono una nell’altra succedendosi come onde: al di là delle suggestioni romantiche, per cui è raccomandato un ascolto preferibilmente notturno e in cuffia, “Science” è un disco organico che penetra l’anima con una purezza naturalista (“Thinking back to the days when the world was still my friend“).
How it feels” e “Still my body aches” non smettono di soffiare nelle orecchie e crescono su fili che risultano esili solo ad un ascolto frettoloso. Splendida anche “Always” con una partitura d’archi che sfocia in una melodia romantica e poi nella successiva “U”, armonizzata e cantata con un soul che ricorda il Jeff Buckley di “Everybody here wants you“.
Incantevole come in “This year” o ritmato come in “Maury the pawn“, quello di Dybdahl è un folk che palpita di particolari, dagli interventi dell’organo ai tocchi della steel fino ai tappetti tessuti dalle percussioni e ai ricami di una chitarra acustica raffinata come un’arpa.
In Italia la sua musica è difficile da trovare e finora impossibile da vedere dal vivo (nonostante un tour europeo con Sondre Lerche e Willy Mason), ma lui è un songwriter coi fiocchi. E “Science” è un disco altamente consigliato.

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