Archivio per gennaio 28, 2012

Liz Green – O, devotion! ( cd – lp )

Cosa c’entra una mezzanotte di sogno parigina con un campo di grano in Alabama? Almeno tanto quanto una ragazza del Northwest dell’Inghilterra di ventisei anni può avere a che fare con Ella Fitzgerald. Messo così, il tutto pare un po’ confuso, è vero, ma “O, Devotion” di Liz Green è uno di quei dischi in cui l’esperienza musicale di una vita si condensa in qualcosa di estremamente personale.
Da anni promessa della scena inglese, fino alla consacrazione dell’invito di John Cale a suonare al concerto di tributo a Nico, Liz Green tira fuori un disco dalla spiccata teatralità, che le ha già attirato paragoni con “Hadestown” di Anais Mitchell.

Rispetto all’opera – in tutti i sensi – dell’autrice americana, “O’ Devotion” funge da piedistallo, in una grottesca serata di cowboy e damerini del primo Novecento, alla vocalità tepida della Nostra, interessante per quella vaga componente nasale, che la rende avvolgente come le spirali di fumo che aleggiano sulla musica del disco. Sono forse queste a causare il fruscio di sottofondo dovuto alla registrazione avvenuta presso i Toe Rag Studios, famosi per le registrazioni analogiche: francamente più fastidioso che altro. A parte questo, gli arrangiamenti sono centellinati: minimali arpeggi di acustica, e qualche incursione, un po’ gitana un po’ cabarettistica, di fiati, e il più è fatto.
Pur nelle tentazioni sudiste, blueseggianti della scrittura della Green (“Bad Medicine”), il prodotto ha una fisionomia del tutto particolare e del tutto aliena alle riproduzioni “sradicate” di altre giovani artiste inglesi. Non solo per lo spiccato accento della Nostra, “O’ Devotion” è un disco in tutto e per tutto britannico, pieno di arguzia e carisma; anche musicalmente qualcuno potrebbe ravvisare, a volte, l’algida severità della tradizione più albionica (“Hey Joe”, “Gallows”).

Manca, pur nell’eleganza e nella suggestione di tutti i brani di questo lavoro (il profumo di fiori di “French Singer”, gli scheletri danzanti di “Rag & Bone”, la gelida alba di “Ostrich Song”), un sussulto emotivo, che porti in dote qualcosa in più della rappresentazione pur convincente di “O’ Devotion”. Unica eccezione è, forse, “The Quiet”, la più umana delle canzoni del disco.
Con questo album, comunque, Liz Green mette il primo tassello di una carriera promettente, ma che deve ancora sbocciare.

Lorenzo Righetto (www.ondarock.it)

gennaio 28, 2012 at 12:33 pm Lascia un commento


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